• Palaspecchi

    Palaspecchi, almeno smettiamo di prenderci in giro

    Intervento sulla delibera sul Palaspecchi di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale indipendente per Sinistra Italiana.

    Oggi si vota in Consiglio comunale la delibera sul Palaspecchi. Chiariamo subito una cosa: non cambia nulla rispetto al progetto di trasformazione urbanistica dell’area. Uno può essere o meno d’accordo sulla scelta di destinare a 200 alloggi di edilizia residenziale sociale il grosso del complesso che fu di Graci e nel contempo in parte a commerciale e, a fronte della demolizione delle costruzioni a sud, una serie di edifici di iniziativa privata; ma rimane tutto come deciso ormai 6 anni fa.

    Nessuna complessa valutazione urbanistica da fare, o altro studio o analisi da compiere sulla delibera, quindi. Cambiano solo le modalità di corresponsione del contributo per la valorizzazione da riconoscere al Comune. Prima era prevista la cessione dell’edificio del comando dei Vigili Urbani (finito entro maggio 2017, con un piano al grezzo) garantito da una fidejussione che scade nel 2018 ed escutibile da maggio di quest’anno. Oggi, visti i ritardi, dovuti più a note cause esogene, si propone di avere subito la proprietà dell’edificio al comune e il versamento della somma necessaria per realizzare il Comando dei Vigili. Si tratta di fare una somma di valori, fermi al 2011, tenendo conto che la fidejussione copriva anche il valore degli standard da cedere al Comune. Una somma aritmetica, complessa da qualche valutazione finanziaria se proprio vogliamo, ma pur sempre una somma.

    Chi ieri protestava contro le ruspe (dopo averle invocate per mesi) sono gli stessi che oggi chiedono addirittura un referendum, senza avere nessuna proposta alternativa realmente percorribile. Sono coloro che svelano, ce ne fosse ancora bisogno, la propria ipocrisia. Perchè in assenza di alternative possibili su un immobile che – ricordiamolo – è privato, l’unico quesito referendario possibile sarebbe: volete voi la riqualificazione secondo l’accordo approvato nel 2011 dal Consiglio comunale (senza nessun voto contrario, nda) oppure no, ovvero volete lasciare tutto così com’è? Credo che non ci sia più tempo da perdere per domande retoriche sul Palaspecchi.

    Chi poi oggi chiede di aspettare maggio per escutere la fidejussione fondamentalmente propone di condannare quel complesso privato, che mai – ripeto – avrebbe dovuto esser costruito, all’oblio ed al degrado per altri 30 anni. O forse non all’oblio, ma solo al degrado.

    Perchè è ormai evidente che coloro che oggi chiedono di aspettare ancora vogliono semplicemente arrivare alle elezioni del 2019 con il problema del Palaspecchi in piedi. Poi è chiaro che sarà la maggioranza a prendersi la responsabilità delle proprie decisioni. Ma almeno smettiamo di prenderci in giro.

  • Sfiducia Sapigni

    Intervento sulla mozione di sfiducia all’assessora Sapigni

    Intervento di Leonardo Fiorentini nel corso del dibattito sulla mozione di sfiducia nei confronti dell’assessora Sapigni.

  • No, “caro” Bergamini, non sarò vostro complice

    Intervento di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale indipendente (Sinistra Italiana) Comune di Ferrara

    No, “caro” Bergamini, non sarò vostro complice.
    Intervento di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale indipendente (Sinistra Italiana) Comune di Ferrara

    Leggo che c’è qualcuno in Provincia di Ferrara che si è messo in testa di lanciare una campagna di disobbedienza incivile all’accoglienza di profughi, richiedenti asilo e (udite udite) migranti economici. A loro mi rivolgo con queste poche righe.

    Al grido di “prima i nostri” cercate di nascondere la vostra inadeguatezza amministrativa mettendo in competizione terremotati e migranti e fomentando l’odio e la paura.

    Non vi è nessuna invasione (basta leggersi i dati degli arrivi in Italia), non è vero che vengono privilegiati gli stranieri rispetto agli italiani, non c’è alcun fondo distolto alle necessità dei nostri cittadini e, dulcis in fundo, non c’è alcuna emergenza criminalità (dati in continuo calo da anni) se non in alcune zone e per alcuni tipi di reati che non sono legati in alcun modo agli sbarchi e che necessitano di un maggior impegno delle ffoo ancora disperse (bontà vostra) a inseguire rave party nel delta o scovare piantine di marijuana sui balconi di casa.

    Mi chiamerete “buonista”, anzi meglio adesso “finto buonista” (notare l’evoluzione lessicale) e non me ne dispiace. Perchè a chi esalta la cattiveria, a chi non si pone neanche il dubbio sul fatto che una persona che decide scientemente di rischiare la vita per cercarsi un futuro migliore (sia per sfuggire a guerre e carestie, o semplicemente alla povertà) sia meritevole di essere accolto in casa nostra con un poco di – semplice – umanità, è davvero difficile proporre un ragionamento. Mancano proprio le basi condivise della convivenza civile. Mi reputo fortunato ad essere nato da questa parte del mondo, e non sarò vostro complice nell’impedire a persone che hanno subito ogni giorno della loro vita guerra, carestia o povertà di cercarsi un’esistenza al riparo dalle distorsioni di un sistema che non funziona e delle quali noi finora abbiamo solo beneficiato. Ebbene sì: io sono per la libera circolazione delle idee, delle merci e – addirittura, vi scorra pure un brivido dietro la schiena – delle persone. E non sarò vostro complice perchè non voglio più vedere bambini diventare tragico simbolo dell’atrocità di questo mondo. Mi avete stufato con le vostre grida bavose, le vostre provocazioni, le vostre ruspe, i vostri calci in culo e le vostre leggi inadeguate e fallimentari che non hanno alcun senso rapportate alle tragedie di questo mondo. L’ho detto e lo ribadisco: accogliamoli tutti, perchè è questa l’unica strada per restare umani e per cambiarlo in meglio, questo mondo.

    A voi che non sapete amministrare l’ordinario e siete stati incapace di gestire qualsiasi emergenza, compresa quella del terremoto, a voi che avete scritto la Bossi-Fini e la rivendicate ancora, non possiamo chiedere di fare molto altro se non smetterla di urlare la vostra inciviltà e lasciare quei ruoli che evidentemente non siete in grado di ricoprire.

    Leonardo Fiorentini
    Consigliere comunale a Ferrara
    Indipendente, Sinistra Italiana

    Ferrara, 20 agosto 2016

  • L’ici, gli arretrati e le scuole paritarie

    Intervento sulla questione dell’ICI e dell’IMU alle scuole paritarie di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale indipendente per Sinistra Italiana.

    Non mi scandalizza troppo la lettera del Vescovo Luigi Negri rivolta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi con la richiesta di intervento sulla tassazione degli immobili in uso alle scuole paritarie, nè mi sorprende particolarmente l’appoggio ad essa del Sindaco di Ferrara. Vanno chiariti però alcuni aspetti sulla vicenda dell’ICI sulle scuole paritarie, perchè altrimenti facciamo finta di non capirci.

    Innanzitutto uno: quella della tassazione delle scuole paritarie non è questione di “libertà di educazione” nè di “democrazia” (sulla cui definizione forse non sono neanche d’accordo con il Vescovo, visto che curiosamente la fa risalire a più di cent’anni fa), ma è semplicemente una questione di equità fiscale e di politica educativa e culturale.

    Guardando le cose davvero al di fuori di ogni ideologia – io ci provo – è un fatto che le scuole private dell’infanzia (nidi e materne) offrano un servizio alla società che permette di soddisfare una domanda di posti che – per dire – nella nostra città supera l’offerta pubblica. Come è invece cosa su cui si può aprire un dibattito se, e come, attività volte alla crescita culturale e sociale di una comunità (non solo le scuole paritarie) possano avere o meno agevolazioni dal punto di vista fiscale, come hanno già contributi da parte delle varie amministrazioni. D’altro canto non dobbiamo dimenticare il tema delle risorse agli enti locali, che da una parte (esenzione ICI/IMU) o dall’altra (contributi alle scuole paritarie), si ritrovano ad essere parte fondamentale di questa discussione. Queste considerazioni pongono il tema sia dell’equità del trattamento fiscale di un soggetto rispetto ad un suo ruolo culturale e sociale, sia dell’eventuale contribuzione pubblica alla sua esistenza.

    Un punto, fondamentale, dal quale dobbiamo però partire è la nostra Costituzione, che all’articolo 33 recita testualmente “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Un altro punto di partenza è la sentenza della Cassazione sul caso di Livorno, che non basa su tale principio la sua decisione di far pagare l’ICI alle scuole paritarie, bensì sulla definizione di impresa economica, in quanto capace o meno (anche solo in astratto) di “perseguire il pareggio di bilancio”. Per quanto mi riguarda, sebbene l’art. 33 sia piuttosto perentorio, non ho mai visto come scandalosi i contributi degli enti locali alle scuole dell’infanzia paritarie, motivati per il loro importante ruolo sociale per la comunità, e non -notate bene – per la garanzia di una libertà che altrimenti non esisterebbe. D’altro canto la sentenza della Cassazione, sul cui esito peraltro concordo, mi lascia un po’ perplesso per le motivazioni perchè riconducono ad un sistema fiscale, quello italiano, particolarmente rigido nelle interpretazioni e sicuramente poco avvezzo a comprendere la situazione del contribuente di turno, ivi compresa la scuola parrocchiale.

    Premesso tutto ciò – come già detto tempo fa – non mi sembrerebbe scandaloso, piuttosto che chiedere l’esenzione delle scuole paritarie dalla tassazione sugli immobili in virtù di chissà quale diritto acquisito (leggasi privilegio) rispetto ad una qualsiasi altra attività culturale o sociale della città, ragionare su un sistema di agevolazioni – anche rilevanti – che permettano alle realtà che investono spazi, persone, risorse e tempo a far crescere culturalmente e socialmente le nostre città di farlo con maggiore tranquillità economica. Agevolazioni concesse quindi non solo alle scuole paritarie, ma ipotizzate in senso universalistico e impostate come politica fiscale che incentiva tutto ciò che crea valore culturale e sociale. Agevolazioni che proprio per questo spirito universalistico dovrebbero essere coperte dallo Stato e non lasciate come onere agli enti locali, sempre che non si decida che gli stessi cessino anche la contribuzione volontaria a queste realtà.

    Perchè – giusto per non prenderci ancora in giro – l’altro tema che qualcuno abilmente dimentica di ricordare è che nel frattempo, mentre con la mano sinistra il Comune di Ferrara ha giustamente richiesto il pagamento degli arretrati ICI e dell’IMU corrente, con l’altra aveva già aumentato i contributi alle scuole paritarie per adeguarli al livello degli altri comuni della regione (i cui dati peraltro attendo fiducioso da alcuni mesi), per un importo che a regime va abbondantemente a coprire gli oneri fiscali.

    Un’ultima considerazione, che riguarda proprio il ruolo dello Stato nel sistema educativo, in particolare in quello rivolto ai bambini da 0 a 6 anni. Credo – ma non sono nè il primo, nè il solo – che sia venuto il momento di aprire una discussione sul fatto che esso sia inserito a pieno titolo nel quadro del sistema educativo pubblico a finanziamento statale e non più lasciato al buon senso delle amministrazioni locali o al buon cuore di qualche parrocchia o fondazione benefica. Una riflessione che può e deve partire dal modello, comunque di eccellenza, della nostra regione ma che deve superare gelosie, primogeniture e diffidenze e puntare a garantire a tutti i bambini un servizio educativo pubblico di qualità.

    Leonardo Fiorentini
    Consigliere comunale

  • Intitolazione ponticello ciclopedonale ad Alex Langer

    Piccolo ricordo di Alex Langer

    Ecco le tracce del mio piccolo intervento in occasione dell’incontro in ricordo di Alex Langer per l’intitolazione del ponticello ciclopedonale di accesso al Parco Urbano.

    In ricordo di Alex LangerInnanzitutto mi preme ringraziare la Vulandra che ci ospita questa mattina, l’arci, la Cgil di Ferrara che ci hanno aiutato ad organizzare questo piccolo ricordo di Alex Langer.

    Quando l’anno scorso, a vent’anni dalla scomparsa di uno dei padri dell’ecologismo politico italiano, ci siamo chiesti come ricordarlo degnamente la prima cosa è stata cercare un ponte da intitolargli. Perché Langer, come sapete, era un costruttore di ponti, fra le persone e fra i popoli. Ma quale ponte? Volendo avremmo potuto chiedere di dedicargli il Ponte della Pace, ma era pur sempre stato il ponte dell’impero ed è pur sempre un ponte che serve solo alle auto. Così ci è venuto in mente il ponticello di accesso al Parco urbano. Sì è piccolo, ma forse proprio perché così piccolo pensiamo sarebbe piaciuto a Langer. Ma soprattutto è ciclopedonale e permette di accedere a migliaia di cittadini ogni anno ad un luogo di svago e riposo qual è il Parco Urbano. Il luogo degli aquiloni, delle mongolfiere, ma soprattutto delle corse sui prati dei bambini. Un po’ il futuro di Alex: più lenti, più profondi, più dolci.

    Ci sono volte in cui mi trovo un po’ spaesato a essere definito quello più a sinistra in consiglio comunale. altre volte invece penso al fatto che sono l’unico rappresentante nelle istituzioni della nostra città che raccoglie direttamente l’eredità politica che è stata anche di Alex Langer ed allora dallo spaesamento passo direttamente al senso di inadeguatezza.

    Non ho conosciuto personalmente Langer. Ho cominciato a far politica poco prima del 1995, l’anno in cui ci ha lasciato. Ma ho potuto conoscerlo successivamente, con i suoi scritti e le sue idee. Sono sicuro che Daniele Lugli e Marzio Marzorati a cui lascerò subito la parola sapranno raccontarlo meglio di me.

    Prima però c’è una citazione di Langer che mi piacerebbe ricordare oggi: “Le cause dell’emergenza ecologica non risalgono a una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo.”

    Una frase attualissima che oltre a smontare qualsiasi complottismo latente ci riporta da un lato alla responsabilità individuale dell’accettazione di un modello di sviluppo che non conosce il concetto di limite, dall’altra alla responsabilità collettiva di cambiare strada. Una responsabilità individuale che Langer traduceva anche nel suo modo di far politica. 20 anni prima delle polemiche sulla casta Alex Langer rendicontava minuziosamente dove e come spendeva il suo compenso da europarlamentare. Quella che oggi chiamiamo antikasta allora per lui era semplicemente ecologia della politica.

    Una responsabilità collettiva che tradusse in un tentativo, forse utopico, di un soggetto politico ecologista in Italia. Alex Langer fu anche quello che 30 anni fa per primo, riferendosi ai Verdi appena nati, li definì “né di destra né di sinistra”. Una affermazione che crea polemiche oggi, figuriamoci allora, ma che per come la rileggo io oggi, voleva semplicemente significare come l’ecologismo politico non fosse necessariamente inquadrabile nella sinistra italiana così come storicamente individuata nel blocco di ispirazione socialista, ancorato allora (ma in parte anche oggi) alle ideologie ottocentesche ed agli schemi marxisti. Langer scriveva che non necessariamente il pensiero ecopacifista dovesse passare nella cruna del dogma rosso. Perché la sinistra, era – e forse ancora è – legata ai dogmi dello statalismo, del centralismo, dell’industrialismo, del “lavorismo”, e dalla diffidenza verso l’individuo non organizzato (sia economicamente che politicamente, dal lavoratore autonomo al libero pensatore), e dalla diffidenza rispetto ai temi ambientali nella misura in cui mettono in crisi i dogmi precedenti. Ma, e qui stava l’utopia di Langer, lui immaginava una forza politica ecologista e pacifista capace di diventare attrazione, non essere attratta. Purtroppo i Verdi in Italia non hanno mai raggiunto la massa critica per esserlo. Altrove sì. Non ci resta che sperare che qualcuno raccolga il testimone.

  • Intervento su UNGASS 2016

    Intervento di Leonardo Fiorentini in consiglio comunale a Ferrara sull’Ordine del Giorno presentato insieme a Ilaria Baraldi in vista di UNGASS 2016

    Ban Ki Moon
    “Dobbiamo prendere in seria considerazione soluzioni diverse dalla criminalizzazione ed incarcerazione delle persone che usano droghe”

    OMS
    “I paesi membri dovrebbero lavorare per lo sviluppo di politiche e leggi che decriminalizzano l’iniezione e gli altri modi di consumo delle droghe e, per questo, ridurre l’incarcerazione.”

    UNAIDS
    “Le politiche e le leggi punitive violano il diritto alla salute delle persone e indeboliscono la comunità, sia che proibiscano la fornitura di siringhe sterili (strumenti sterili per l’iniezione) e le terapie sostitutive con oppiacei, sia che criminalizzino l’uso di droga e il possesso di strumenti per l’iniezione o che neghino l’accesso alle terapie anti Aids alle persone che usano droghe … Le azioni di risposta all’HIV dovrebbero travalicare le ideologie ed essere basate sulle evidenze scientifiche e coerenti con i principi dei diritti umani; dovrebbero sostenere e non punire coloro che ne sono sieropositive all’HIV”

    UNDP
    “Le leggi che criminalizzano l’uso di droga/il possesso di piccole quantità di droga per uso personale impediscono alle persone che fanno uso di droga l’accesso ai servizi di base quali la casa, l’istruzione, la tutela sanitaria, il lavoro, gli strumenti di protezione sociale e le cure.“

    Cosìè UNGASS

    Le Nazioni Unite da domani sino a giovedì terranno una sessione speciale sulle droghe dell’Assemblea Generale (UNGASS). Originariamente, l’Assemblea Generale Onu sulle droghe avrebbe dovuto tenersi nel 2019, ma i presidenti della Colombia, del Guatemala e del Messico hanno richiesto un anticipo, data l’urgenza dei problemi sul piatto. Negli ultimi anni infatti, la guerra internazionale alla droga, anziché risolvere, ha inasprito delle problematiche di salute pubblica, sono aumentate le carcerazioni, sono state alimentate la corruzione, la violenza e il mercato nero degli stupefacenti. I governi di molti paesi hanno iniziato a richiedere un nuovo approccio e a riformare le politiche e le legislazioni nazionali, stimolando uno slancio senza precedenti verso il cambiamento. C’è dunque bisogno di un dibattito aperto sulla validità delle politiche mondiali e sulla attuale cornice legislativa, rappresentata dalle Convenzioni internazionali: un dibattito che includa non solo tutte le agenzie Onu e i governi, ma anche i ricercatori, la società civile e i soggetti direttamente coinvolti, dai consumatori di sostanze ai contadini coinvolti nella coltivazione su piccola scala di piante illegali per ragioni di sussistenza.

    La Sessione speciale dell’Assemblea dell’ONU (UNGASS appunto) sulle droghe rappresenta il momento di più alto livello per valutare e discutere le politiche mondiali sulla droga, alla presenza dei capi di stato e di governo di tutti i paesi del mondo. Alla fine del meeting verrà approvata una Dichiarazione Politica e altri documenti più specifici. L’Assemblea Generale del 1998 di New York, apertasi sotto lo slogan “Un mondo senza droghe, possiamo farcela”, nella Dichiarazione Politica finale lanciò l’ambizioso obiettivo di “eliminare o ridurre significativamente” le coltivazioni di oppio, coca e cannabis in dieci anni. Da qui riprese slancio a livello di molti paesi produttori la “guerra alla droga”, attraverso interventi aggressivi di eradicazione forzata delle coltivazioni manu militari, come nel caso del Plan Colombia. Dieci anni dopo, al meeting Onu ad alto livello del 2009, l’obiettivo fu ribadito e spostato in avanti di altri dieci anni, senza alcuna vera valutazione delle politiche adottate, dei loro risultati e dei loro costi umani.

    Dopo cinque anni, molti leader politici e settori della società civile stanno mettendo in discussione quest’approccio di pura repressione, che si è rivelato inefficace e pericoloso.

    Già il meeting ad alto livello del 2009 aveva registrato la fine dell’unanimismo proibizionista, poiché un nutrito gruppo di paesi europei (fra cui Germania, Regno Unito, Spagna e Portogallo) sottoscrissero una “riserva” alla Dichiarazione Politica finale, in cui riaffermavano la volontà di applicare la strategia di Riduzione del Danno. Inoltre, mai prima d’ora così tanti governi nazionali hanno espresso dissenso con la politica di “guerra alla droga”. Più importante, in molti paesi la società civile ha messo in discussione le leggi sulle droghe, mediante proposte di riforma e referendum o campagne popolari (si vedano i referendum in moltissimi stati americani, ma anche i referendum degli anni novanta in Italia per la depenalizzazione dell’uso personale e in Svizzera a favore della riduzione del danno).

    A ciò si aggiunga che sono sempre più le evidenze scientifiche che mostrano l’efficacia, in termini di salute pubblica, degli interventi di riduzione del danno nella riduzione di overdose e malattie a trasmissione sessuale (in primis HIV). Per la prima volta, vi è significativo dissenso a livello locale, nazionale e internazionale.

    Gli effetti della War on Drugs

    Per sommi capi cercherò di far comprendere cosa significa la guerra alla droga nel mondo in termini di sicurezza, di rispetto della salute e dei diritti umani dei consumatori e dell’ambiente.

    Secondo un recente rapporto la war on drugs mette a rischio la sicurezza di 1 paese su 3 dei paesi ONU a casua dei suoi “effetti collaterali”. Molti di questi sono stati già riconosciuti dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) – l’agenzia responsabile del sistema di controllo – che li descrive come le “conseguenze non intenzionali” della war on drugs. Esse possono anche essere state non volute, ma dopo più di 50 anni, non possono più essere viste come impreviste. Stiamo parlando ad esempio degli effetti della guerra alla droga inaugurata dall’ex presidente messicano Calderon che in 10 anni ha causato oltre 100.000 morti e più di 25.000 desaparecidos, senza scalfire, anzi aumentando se possibile, lo strapotere dei cartelli della droga messicana, che gestiscono insieme al traffico di droga anche quello di esseri umani e controllano vaste porzioni del territorio. In tema di diritti umani stiamo parlando delle centinaia di esecuzioni capitali per fatti di droga che avvengono ancora in giro per il mondo (412 nel 2014 in Cina, Iran e Arabia Saudita) o di sistemi di pene draconiane anche per i solo consumi di sostanze. Stiamo parlando dell’escalation della diffusione del virus HIV nei paesi dove sono vietate le forme più elementari di riduzione del danno come in Russia, per citarne uno, dove il contagio e le morti dovute ad HIV hanno avuto un’impennata esponenziale. E senza poter approfondire le conseguenze ambientali della war on drugs, a partire dalle fumigazioni che, ad esempio in Colombia, hanno distrutto non solo l’agricoltura locale ma messo a rischio lo stesso ecosistema sia con l’uso di erbicidi pericolosi (glifosato su tutti) che costringendo le coltivazioni illegali a spostarsi continuamente, ha perso circa 1800 chilometri quadrati di foresta colombiana. Non è un caso che proprio la Colombia, unilateralmente abbia recentemente deciso di recedere dal Plan Colombia e abbia richiesto la convocazione in anticipo di UNGASS. Dal punto di vista finanziario la war on drugs è stata un enorme sperpero di risorse (oltre un trilione di dollari speso dai soli stati uniti in 40 anni) senza alcun effetto se non permettere poi il finanziamento diretto o indiretto di organizzazioni terroristiche in giro per il mondo che a seconda dei casi si sono finanziate con il traffico o con la repressione dello stesso.

    Molte organizzazioni internazionali, tra cui IDPC, e nazionali, come quelle raccolte nel cosiddetto Cartello di Genova, hanno sollevato la questione di una reale partecipazione della società civile ad UNGASS 2016 e di una apertura del dibattito a tutte le voci in campo, che si traduca anche in un documento finale che non sia fredda fotocopia della prima bozza in circolo fra le burocrazie internazionali già da novembre scorso.

    La posizione italiana verso UNGASS

    Anche in Italia si è finalmente aperto un dibattito franco e aperto. Nel marzo scorso durante un seminario a Roma il Dipartimento antidroga e le amministrazioni centrali interessate (salute, esteri, interno) si sono confrontate con le ONG. Finalmente, dopo anni di oscurantismo ideologico, nel nostro paese, in una sede istituzionale ci si è potuti confrontare sulle politiche sulle droghe anche da punti di vista diversi.

    Non solo. Recentemente il governo, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, ha esplicitato la propria posizione: “si evidenzia che, da parte italiana, si continuerà a partecipare costruttivamente ai negoziati in corso a Vienna, affinché il documento finale di UNGASS 2016 rifletta, nella maniera più adeguata alle nostre priorità, il nostro punto di vista, lo specifico contributo che l’Italia porta, tra cui il riferimento a politiche antidroga basate su un approccio di sanità pubblica e nel pieno rispetto dei diritti umani, l’abolizione della pena di morte per i reati in materia di droga, le misure per la riduzione dei rischi e dei danni, l’accesso alle medicine e la decriminalizzazione, anche in relazione al sovraffollamento carcerario.”

    Infine è di queste ultime ore l’ufficializzazione della composizione di una delegazione italiana in cui sono state incluse, a spese loro (e nonostante la caccia alla streghe tentata dagli immarcescibili Gasparri e Giovanardi), anche alcune ONG, rappresentanti tutti, ribadisco tutti, gli orientamenti presenti nella società italiana.

    Questo documento è quindi ormai superato dai fatti. Ci siamo chiesti in queste ore se fosse comunque utile continuare a richiedere anche dal basso di mantenere aperto il dibattito sulle politiche sulle droghe a livello mondiale, e dare un piccolo contributo ad un percorso di informazione e di presa di coscienza locale sulle implicazioni di 50 anni di war on drugs.

    Viste le polemiche davvero pretestuose di questi giorni, pare davvero difficile realizzare l’ambizione di aprire in questa sede un dibattito serio e soprattutto rispettoso delle questioni poste nel testo dell’ordine del giorno, che sono ben al di sopra delle pur preoccupanti ricadute locali della war on drugs. Siccome non vogliamo far perder tempo a nessuno, men che meno ai pochi che ci seguono qui in consiglio e in streaming e soddisfatte le richieste del documenti dalla posizione nel frattempo assunta dal governo e dalla formazione della delegazione che sarà guidata dal Ministro per la Giustizia Orlando ritiriamo l’ordine del giorno.

  • Intervento sul Bilancio 2016/2018 del Comune di Ferrara

    Approvato il Bilancio 2016/2018 del Comune di Ferrara. Ecco l’intervento di Leonardo Fiorentini nel corso del dibattito.

    Approvato il Bilancio 2016/2018 del Comune di Ferrara. Ecco l’intervento di Leonardo Fiorentini nel corso del dibattito.

  • Odg trascrizioni: traccia dell’intevento in consiglio comunale

    Ecco la traccia del mio intervento in consiglio comunale in occasione della discussione dell’ordine del giorno sulle trascrizioni dei matrimoni same sex.

    Grazie Presidente,

    Vedete cari colleghi, noi qui possiamo citare giurisprudenza e dottrina giuridica, possiamo leggere sentenze, interpretare carte costituzionali o codici risalenti al ventennio. Potete provare a convincermi di tutto e del contrario di tutto.

    Poi però quando vedo un genitore tornare a casa con tre cartoni di pizza ed il figlio festeggiare correndo urlante verso la tavola, beh, io lì vedo una famiglia. Non mi importa, e non dovrebbe interessare alla politica e ancor di meno all’amministrazione, se quella coppia, sia essa omo o eterosessuale, sia convenuta in matrimonio oppure no. Se quel bambino sia figlio legittimo, naturale o adottato. Alla politica dovrebbe interessare tutelare quella famiglia, nei diritti e nei doveri dei suoi membri. Diritti e doveri ovviamente misurati al livello di vincolo che la coppia ha deciso per se e la propria prole.

    Troppo spesso facciamo una grande confusione fra la mera trascrizione di matrimoni avvenuti all’estero, il riconoscimento del diritto a contrarre matrimonio per le coppie same sex, e il riconoscimento delle unioni civili (omo o etero sessuali che siano).

    Si fa confusione perché così è più facile confondersi e negare i diritti altrui.

    Abbiamo deciso, con gli altri firmatari del documento, di presentare oggi un emendamento al documento proprio perché non volevamo ridurre questo dibattito in consiglio comunale ad una dissertazione giuridica sull’effetto di una sentenza del consiglio di stato, legittima quanto discutibile, rispetto alla giurisprudenza favorevole alle trascrizioni. Non volevamo trasformare questo consiglio comunale in un’aula di tribunale o nella sede staccata del dipartimento di Giurisprudenza.

    Sulle trascrizioni

    Abbiamo però anche deciso di presentare il testo al consiglio nella sua forma originale unicamente perché restiamo convinti che le trascrizioni dei matrimoni same-sex contratti all’estero vadano fatte, che sia questo un diritto dei nostri concittadine e delle nostre concittadine sposati all’estero ed un dovere di un’amministrazione locale che voglia renderli parte della vita sociale cittadini. Non si tratta di riconoscere in questo modo i matrimoni same-sex, cosa peraltro dal mio punto di vista assolutamente da fare: si tratta solamente di prendere atto e rendere pubblico un fatto giuridico avvenuto all’estero, magari all’interno di quell’Unione Europea di cui a singhiozzo ci sentiamo fieri di far parte. I registri di Stato Civile servono proprio a questo: a rendere pubblico alla società in cui viviamo il nostro stato civile. Pensare che non facendo un appunto su un registro si possa cancellare ciò che è avvenuto in un altro paese è una sciocca e vana ipocrisia. Dirò di più. L’accanimento contro questo piccolissimo atto amministrativo, o contro qualsiasi tentativo di riconoscimento dell’esistenza di famiglie diverse da quella tradizionale (si badi bene, non “naturale”) fondata sul matrimonio è un atto di crudeltà. Di crudeltà nei confronti di chi ha già avuto il ricoscimento dell’esistenza della sua famiglia solo perché ha avuto la fortuna e la capacità economica di potersi sposare altrove mentre noi non vogliamo nemmeno ammettere che sia avvenuto altrove quel matrimonio.

    Per questo nell’emendamento chiediamo che siano a questo punto Governo e Parlamento che risolvano la questione normando espressamente la trascrizione. La stessa previsione di delega al Governo sul tema contenuta nel ddl Cirinnà è tuttaltro che rincuorante, almeno per chi parla, sapendo bene a che Ministero poi potrebbe esserne affidata la definizione legislativa.

    Sia chiaro, per quel che conta: nessuna famiglia deve essere ostaggio di Angelino Alfano. Se Renzi e la sua maggioranza desiderano rimanerlo, facciano pure, ma per cortesia non mettiamoci in mezzo i diritti delle persone.

    Unioni Civili

    La crudeltà non risparmia neanche chi formata una famiglia non si sente o non può contrarre matrimonio. Sono famiglie che spesso hanno la necessità, meglio il diritto, di vedersi riconosciuti alcuni elementari diritti ed altrettanto elementari doveri nei confronti del proprio partner e dei propri figli.

    Non stiamo parlando di concedere alle unioni di fatto pari diritti e doveri rispetto al matrimonio come qualcuno troppo spesso agita come spauracchio. Per intenderci ancora meglio non vogliamo rendere uguali cose che uguali non sono. Sono le stesse coppie che per scelta non si sposano che non vogliono questo. Significa semplicemente permettere alle persone che si vogliono bene e che intendono dare alla propria famiglia una forma più stabile per sé e per i propri cari, di poterlo fare. Stiamo parlando, sempre per intenderci meglio, della reciproca assistenza in materia di salute, della permanenza nella casa in cui si vive in caso di morte del convivente o della successione nel contratto di locazione.

    E, si badi bene, garantire alcuni diritti ad altri non ha mai tolto niente a chi già ne godeva. Anzi, ogni giorno vediamo come sia vero il contrario: non veder garantire i diritti ad alcune persone, siano essi chessò lavoratori nei paesi dell’est europa o migranti venuti in Italia dal resto del mondo, vede via via restringersi i diritti di tutti, come è ormai evidente parlando di mercato del lavoro.

    Stiamo parlando nel nostro Comune, giusto per capirci, di circa 4500 famiglie per un totale di quasi 12000 concittadini coinvolti, rispetto alle circa 26000 famiglie “tradizionali”. Certamente non tutte queste famiglie vogliono avere un riconoscimento giuridico, ma non possiamo metterci i paraocchi e far finta che non si debba dare risposta a qualcosa che rappresenta il 15% del totale delle coppie presenti sul nostro territorio.

    In questi mesi Governo e Parlamento stanno assai faticosamente lavorando, con il DDL Cirinnà sul riconoscimento delle coppie omosessuali (tramite Unioni Civili e Convivenze di Fatto) ed alle coppie etero, tramite le sole convivenze di fatto. Trovo il lavoro fatto sinora piuttosto mediocre, frutto di mediazioni impossibili all’interno della maggioranza che sostiene il governo. Trovo altresì inspiegabile perché non si è voluto allargare la base di consenso all’interno del Parlamento, dove probabilmente si sarebbe trovato sostegno a soluzione ben più avanzate rispetto alle cosiddette “specifiche formazioni sociali”. Perché, siccome spesso le parole sono davvero importanti, e riprendendo in chiusura l’inizio del mio intervento, tale bislacco artifizio “costituzionale” rende evidente il bigottismo e la paura di non voler chiamare con il loro nome le cose: le famiglie sono famiglie, nonostante quello che dice oggi Alfano, che diceva ieri il Vaticano e che continua a dire ogni giorno il Vescovo di Ferrara e la destra ultraconservatrice.

    Nonostante questi dubbi, preso atto del clima politico generale e del livello del dibattito nel nostro paese, mi sento di sostenere l’approvazione di un qualsiasi testo che però non sia frutto di ulteriori mediazioni al ribasso.

    Siccome i miei dubbi non sono solo di merito ma anche sull’effettiva possibilità di approvazione della proposta Cirinnà, visti i già citati equilibri di maggioranza governativa, credo sia necessario che comunque il Comune proceda nel percorso avviato a inizio anno rispetto alla definizione di un regolamento attuativo dell’Elenco delle unioni Civili che possa dare una senso di efficacia alla registrazione nello stesso ed piccola risposta, per quanto possibile dall’amministrazione, ad alcune delle istanze qui citate.

  • 10 anni senza Aldro

    Sono passati dieci anni da quel maledetto 25 settembre. Federico aveva 18 anni, come è successo a tutti a quell’età aveva appena passato una serata insieme agli amici in un locale a Bologna. Dopo aver salutato gli amici incontra la Polizia. E muore. Chi volesse ripercorrere la storia di quel giorno, e la vicenda giudiziaria che ne è seguita, può vedersi E’ stato morto un ragazzo, il documentario di Filippo […]

    Sono passati dieci anni da quel maledetto 25 settembre. Federico aveva 18 anni, come è successo a tutti a quell’età aveva appena passato una serata insieme agli amici in un locale a Bologna. Dopo aver salutato gli amici incontra la Polizia. E muore. Chi volesse ripercorrere la storia di quel giorno, e la vicenda giudiziaria che ne è seguita, può vedersi E’ stato morto un ragazzo, il documentario di Filippo Vendemmiati premiato con il David di Donatello.

    Non conoscevo Federico. Ma ricordo bene quel giorno, o meglio, ricordo bene i giorni che seguirono. Le veline della Questura, il giovane “tossico” morto per malore, il disinteresse della città, il dolore della famiglia. “Beh, sì dai…”, devo confessare che la mia reazione sul momento fu più o meno questa: un altro caso come tanti, pensai, non ne sapremo nulla come nulla abbiamo saputo delle tante morti sospette avvenute nelle strade, nelle caserme e nelle carceri del nostro paese. Non conoscevo la mamma di Federico, pur frequentando spesso il Comune, ma le sue colleghe mi avevano cominciato a raccontare delle stranezze del caso, delle foto e delle indagini fantasma. Poi è stato pubblicato l’appello di Patrizia Moretti sul blog e improvvisamente si è rotto l’incantesimo. Grazie a quelle parole, grazie a quella foto tutti hanno potuto vedere, tutti hanno potuto sapere, tutti hanno potuto farsi domande. Qualcuno ha finalmente dovuto dare risposte.

    Ferrara è una bellissima città: il Po e la sua pianura l’avvolgono nella nebbia, è una città lenta come tutta la provincia italiana e con un tessuto sociale che solo da pochi anni ha saputo aprirsi all’esterno. Ma ha anche anticorpi democratici profondi. Magari pochi, sicuramente lenti ad attivarsi, ma profondi. Un po’ come è successo recentemente per un’altra terribile immagine, grazie alla potenza di quella denuncia, anche in città qualcosa è accaduto. E’ nato il comitato, ci sono stati i primi presidi fatti da poche decine di persone in una piazza fredda e deserta, la stampa ha cominciato a parlarne. Ma larghi strati del tessuto sociale di quella che noi, sempre più a fatica, continuiamo a chiamare sinistra continuavano a pensare “è un tossico che se le è andata a cercare”, e forse lo pensano ancora. Ma il movimento per chiedere giustizia è cresciuto, sino alla grande manifestazione nazionale dell’anno successivo che ha sancito la svolta nella coscienza della città è del paese.

    Prima però, va sottolineato, sono arrivate le Istituzioni, Sindaco di allora in primis, a chiedere conto alla Questura di quello che era successo. Prima ancora del grosso della cosiddetta società civile, e prima di gran parte della stampa: solo grazie a questi interventi c’è stata prima la sostituzione del Questore e poi l’avvio delle indagini, oramai però inquinate da quella “falsa partenza”.

    locandina-aldro-2015-zerocalcare-patrocinioOggi, a 10 anni dalla scomparsa di Federico, dobbiamo ringraziare Patrizia Moretti, Lino e Stefano Aldrovandi, la famiglia e gli amici di Aldro per il loro coraggio, perché hanno saputo condividere con noi il loro dolore e la loro sete di giustizia. Dobbiamo ringraziarli perché senza di loro probabilmente altri casi come quello di Federico sarebbero finiti nel grande cesto dei “Beh, sì dai…”. Li dobbiamo ringraziare, e allo stesso tempo scusarci con loro, perché forse è proprio grazie alla loro incommensurabile perdita se oggi siamo ancora qui a lottare per l’introduzione del reato di tortura, per l’identificazione delle forze dell’ordine durante le manifestazioni, e se ci poniamo il problema della democratizzazione delle forze di polizia.

    E proprio di questo si discuterà a Ferrara nella due giorni organizzata dall’Associazione Federico Aldrovandi in occasione del decennale (programma qui e su Facebook) che culminerà con il concerto per Federico di sabato 26 settembre. Perché finita la vicenda giudiziaria la famiglia e gli amici vogliono che Federico sia ricordato per quello che era: un ragazzo di 18 anni con tanta voglia di vivere.

    Va fatto un ultimo ringraziamento. Alla persona che ha permesso che il caso di Federico giungesse a 4 condanne: Anne Marie Tsegueu, ospite nel nostro paese, ora cittadina onoraria di Ferrara, che ha saputo vincere la paura di un permesso di soggiorno in scadenza per insegnare a tutti noi, testimoniando in tribunale, cosa significa voler vivere in una società giusta.

    (Intervento per il sito nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà)

  • speed check

    Legulei, legalisti e la crociata contro gli speed check

    Intervento sull’installazione degli speed check a Ferrara

    Devo dire che mi fa quasi tenerezza leggere sulla stampa cittadina i primi preparativi della crociata che si preannuncia per il prossimo autunno, ovvero quando arriveranno le prime contravvenzioni con gli speed check.

    Già mi vedo interpellanze e ordini del giorno in consiglio comunale contro questi trabiccoli colpevoli di nascondere, sotto il loro vestito fluorescente, un temibile autovelox. Interventi in punta di codice della strada o di circolare ministeriale, degni del miglior Azzeccagarbugli, di legalisti incapaci di nascondere la loro intima avversione contro le norme che possono dar loro fastidio.

    Spesso inflessibili con “clandestini” o rifugiati che siano, consumatori di qualsiasi sostanza (non sia alcol), con i Rom per il solo fatto di esserlo o con i ragazzini che giocano a pallone o parlottano di sera su una panchina, ma anche inflessibili castigatori dello Stato reo di voler far rispettare il codice della strada.

    Sarà forse il mio passato sportivo, che mi ha insegnato che quando l’arbitro fischia fallo c’è poco da fare se non correre a riprendere la marcatura, ma mi son sempre chiesto con che faccia tosta uno possa contestare una multa per eccesso di velocità fatta con l’autovelox. Sia esso nascosto dietro la siepe o segnalato 100 volte prima, rimane un dato che nessun paradosso scientifico può contestare, ovvero che la multa arriva se si superano i limiti di velocità (e con tolleranza di legge e tolleranza di tachimetro potremmo aggiungere “abbondantemente”). Si potrà imprecare, maledire la fretta di quel giorno, cambiare gli occhiali se non si è visto il limite di velocità, contestare la sensatezza di quel limite imposto o insultare l’auto che permette di andare troppo veloce, come ho fatto io quelle volte che mi è capitato.

    Ma è davvero paradossale che in questo paese sia ancora messo in dubbio il fatto che i limiti di velocità si debbano rispettare e, in caso contrario, che si venga addirittura sanzionati (anche con un temibile autovelox).

    Leonardo Fiorentini, consigliere comunale

  • Il mercato, il listone e l’idea che abbiamo delle piazze centrali

    Intervento su ListoneMag di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale di Ferrara in risposta all’articolo di Eugenio Ciccone “Cosa dobbiamo farci, di grazia, sulla piazza cittadina?”.

    Intervento su ListoneMag di Leonardo Fiorentini, consigliere comunale di Ferrara in risposta all’articolo di Eugenio Ciccone “Cosa dobbiamo farci, di grazia, sulla piazza cittadina?“.

    Qualche mese fa Eugenio Ciccone su ListoneMag si inserì nel dibattito sullo spostamento del mercato del Venerdì dal listone ponendo una domanda molto stimolante che va al nocciolo del problema: “Cosa dobbiamo farci, di grazia, sulla piazza cittadina?”.

    ListoneMag, come tradisce la testata stessa, ha sempre dedicato molto attenzione alla piazza principale di Ferrara, tanto da arrivare a promuovere una sorta di backup della piazza, ricostruendone la storia attraverso il vissuto delle persone.

    Ora il quesito è stimolante per due ragioni: in primis sposta l’attenzione dagli interessi di “bottega” di qualcuno (assolutamente legittimi peraltro) ad una visione più larga di impostazione della città. Poi perché finalmente mette in luce la necessità di prendere decisioni tenendo conto di un minimo di visione di quello che vogliamo che sia il centro della città in cui viviamo.

    L’attuale utilizzo delle piazze cittadine è infatti frutto di una stratificazione di usi, a volte storici, a volte recenti (e fra i più recenti ci sono proprio i camion-bancarella), spesso improvvisati. E non è solo questione di Piazza Trento e Trieste e del Listone: Piazza Municipale e Piazza Castello vivono lo stesso problema di intasamento del calendario, come chiunque abbia tentato di organizzare qualsivoglia iniziativa in centro sa benissimo.

    Perché spostare il mercato

    Per quanto mi riguarda sono da sempre favorevole allo spostamento del mercato del Venerdì. Non tanto per questioni di mera tutela del luogo (che comunque ritengo sensate e condivisibili), quanto per gli effetti che tale occupazione settimanale ha sul sistema città. Ad esempio le linee degli autobus deviate, con evidenti disagi dell’utenza e aumento dei costi del servizio (migliaia di km all’anno in più che vanno sprecati, in una situazione complessiva di grande difficoltà nel finanziamento del Trasporto Pubblico Locali), ma anche la saturazione dei parcheggi il venerdì che rende ulteriormente difficoltoso l’accesso al centro già “orfano” dei bus. Perché una cosa è occupare il Listone, una cosa è occupare anche Corso Martiri e Porta Reno, con gli effetti conseguenti.

    Poi ci sono i problemi legati alla pulizia della piazza, che nonostante gli sforzi di questi anni, anche con la promozione di iniziative di raccolta differenziata, al termine del mercato vive un momento più o meno lungo di impresentabilità (molto vicino ai picchi dei mercoledì sera alcolici), prima dell’intervento straordinario di Hera. Infine c’è il problema dell’ipoteca che un’occupazione tutti i venerdì (e qualche domenica in periodo natalizio) mantiene sugli altri usi possibili di quella piazza. Impossibile montare una struttura per una qualsiasi iniziativa nel week end se non dalle 15 del venerdì, ed impossibile spesso mantenerla per più di una settimana se interferisce in qualche modo con con gli stalli mercatali.

    Un breve passaggio meritano anche agli aspetti estetici. Se è evidente che veder vendere mutande di fianco al duomo non è il massimo per una città che vuole (deve) caratterizzarsi come città d’arte e di cultura, è altrettanto evidente che la qualità delle bancarelle (e del loro contenuto), tutte rigorosamente con il loro furgone al seguito, non è assolutamente paragonabile con quella delle poverissime bancarelle che impegnavano il listone nell’ottocento. Il vero paradosso è che oggi, almeno chi scrive, si bacerebbe i gomiti ad avere quel tipo di banchi al posto di tendoni bianchi elettrificati attaccati ad un camion.

    Dove mettiamo il mercato del Venerdì?

    L’ipotesi che va per la maggiore (lo spostamento su Porta Reno – Piazza Travaglio) e che è stata ormai fatta sua dall’amministrazione, è una soluzione che continua a non risolvere alcune delle questioni sollevate, in particolare quelle sulla funzionalità della città. Da un po’ di tempo penso che lo spostamento del mercato debba essere un momento di sperimentazione per un nuovo modo di vivere il centro. Sperimentazione sia per verificare gli effetti sugli operatori economici coinvolti, ma anche per testare soluzioni che possono venire utili per verificare visioni possibili della città nel lungo periodo. Per questo credo che sperimentare la presenza del mercato del venerdì nell’asse Cavour-Giovecca darebbe finalmente l’occasione alla città di capire se l’interruzione dell’asse principale, lasciato permeabile ai soli mezzi pubblici, è o meno sostenibile. Un mercato che parta dall’incrocio Cavour/Armari e che si snodi per Largo Castello e Giovecca, sino all’incrocio con Via Palestro (o via Montebello), che renda possibile l’accesso al centro ai soli mezzi pubblici, potrebbe esser l’occasione per verificare quali conseguenze sull’assetto della città in un giorno feriale quell’interruzione già sperimentata nei week end delle recenti festività natalizie e di questa primavera. Certamente una sperimentazione difficile nei giorni feriali ma credo a questo punto necessaria. Sono almeno 20 anni che si parla di interruzione degli assi principali di questa città. Oggi, che con la realizzazione della tangenziale ovest si è finalmente completato il sistema tangenziale a sud della città, possiamo finalmente ragionare, verificandone prima gli effetti, sull’allargamento del centro tutelato dal traffico privato (aree pedonali e ZTL) per comprendere tutta l’area monumentale della città.

    E poi cosa ce ne facciamo del Listone?

    Ciccone scrive: “Eppure con l’innocenza di un bambino che grida al re nudo bisogna ammettere che questa piazza così bella e suggestiva, con il listone che va su e poi giù e poi su di nuovo, l’illuminazione spettacolare e i lampioni d’epoca pure un po’ storti è ormai sempre più vuota, impoverita della sua funzione di pubblica piazza.” Si lamenta quindi l’assenza di funzioni di una piazza svuotata dal mercato. Fra teatri che non riaprono, pochi bar richiusi su se stessi, attività nascoste dai porticati in effetti quella lunghissima piazza sembrerebbe non esser altro che un (largo) collegamento fra una parte del centro e l’altra, ed il listone un grande palcoscenico vuoto.  Si potrebbe obiettare facilmente che non sono 6 ore di mercato alla settimana a determinare le funzioni di una piazza (anche se invece ne ipotecano l’utilizzo) ma è certo che la piazza, così come è strutturata, ancor oggi fa fatica a permetterne altre di funzioni.

    A suo tempo ero favorevole, fra i pochi, alla demolizione del Listone perché pensavo, e penso tuttora, che fosse di ostacolo ad una fruizione completa dello spazio, identificando la piazza come appunto due corridoi di passaggio intorno al Listone. Oggi, con la piazza rinnovata, non è cambiato molto. Se la permeabilità della piazza è stata migliorata dagli addolcimenti del rilevato, il disegno è rimasto lo stesso e gli usi si devono adeguare a questa conformazione.

    La piazza, ed il suo listone, devono secondo me certamente continuare ad essere luoghi di mercato, come è sempre stato. Magari di mercati qualificati nelle merci e nelle strutture (e per cortesia nessuna casetta di legno, grazie), che non ne ipotechino totalmente l’utilizzo in modo da poter sperimentare altro. Magari non le corse dei sacchi, ma certamente, vista la fame di spazi per eventi e manifestazioni idee ce ne saranno, senza timori di fare un salto nel buio.

    Fonte ListoneMag.

  • Dichiarazione di voto sul Documento degli obiettivi del 2° POC del Comune di Ferrara

    I 12.000 alloggi sfitti* non sono una svista, un errore, un caso. Hanno un genitore, legittimo o illeggitimo che sia da qualche mese non è più importante neanche per lo Stato italiano: sono figli di un sistema di potere che ha governato questa città per anni, che ha ideato, costruito e approvato nel 1995 un PRG che prevedeva espansioni in ogni dove, e che alla richiesta degli ecologisti di allora […]

    I 12.000 alloggi sfitti* non sono una svista, un errore, un caso.

    Hanno un genitore, legittimo o illeggitimo che sia da qualche mese non è più importante neanche per lo Stato italiano: sono figli di un sistema di potere che ha governato questa città per anni, che ha ideato, costruito e approvato nel 1995 un PRG che prevedeva espansioni in ogni dove, e che alla richiesta degli ecologisti di allora di puntare invece sulla riqualificazione rispondeva, salomonicamente, aggiungendo le aree di riqualificazione a quelle di espansione, con indici, ovviamente, spropositati. Un sistema di potere che si è sgretolato politicamente 15 anni fa ma che solo successivamente ha dovuto realmente fare i conti con le fondamenta di cartapesta su cui era imbastito. La crisi economica e lo scoppio della bolla immobiliare hanno poi reso evidente a tutti l’insensatezza di una politica urbanistica di espansione in una città i cui residenti sono in continua decrescita demografica dal 1965.

    Vi si è messa una pezza con il PSC, che ricordiamolo ha diminuito le aree di espansione già previste dal Piano Regolatore precedente. Il primo POC però è stata un’occasione persa. Perché già si sapeva quando lo si preparava, o quanto meno si sospettava, che la situazione degli alloggi sfitti era grave. Eppure si decise di prevedere comunque espansione, anche se limitata a metà della nuova residenza prevista. Un colpo al cerchio un uno alla botte. Anche per questo, direi soprattutto per questo, votai contro in circoscrizione già alla presentazione del documento preliminare, nel lontano 2010.

    Ma bisogna aver pazienza, i processi di presa di coscienza politica hanno bisogno di tempo, e qui non abbiamo fretta, almeno io di pazienza ne ho tanta e non ho paura di aspettare. Volendo aprire una parentesi magari il Pianeta ha un po’ più di fretta, ma non è il caso di aprirla ora. Del resto poi i processi politici hanno bisogno di meno tempo se incocciano contro la peggiore crisi economica del dopoguerra.

    Quindici anni fa qualcuno auspicava un corso di formazione per specializzare gli operai nel restauro e nella riqualificazione edilizia. Purtroppo si preferì mangiare terreno agricolo per costruire, male, villette e casermoni (scusate, si chiamavano nuovi bastioni), incamerare oneri di urbanizzazione e voti. Oggi non solo molte di quelle villette e di quei casermoni sono vuoti, ma ci troviamo con un patrimonio edilizio storico che sconta la mancata lungimiranza di allora che ha svuotato il centro dalla residenza e portato la residenza laddove non c’erano servizi, scuole, trasporto pubblico.

    Perché si è costruito troppo e troppo male: oggi la vera sfida è avviare una politica industriale che proietti il nostro settore edilizio fuori dalla crisi con l’innovazione. E innovazione in edilizia oggi significa riqualificazione, energetica in primis, restauro e rigenerazione. L’unico settore in cui il Comune puo’ fare una politica industriale perché detiene nelle sue mani molti degli elementi regolatori, dalla pianificazione territoriale alla tassazione sul patrimonio edilizio, è proprio questo. Certo servirebbero anche risorse, chessò un grande fondo di rotazione per avviare un grande processo di riqualificazione del nostro centro storico attivando risorse dei privati, come peraltro suggerito in altri termini dal sindacato. Ma questo è un passo successivo.

    Prima prendiamo tutti coscienza che da questa crisi se ne esce solo innovando. A cominciare dalle politiche urbanistiche. La presentazione di questo secondo POC è un primo, decisivo, passo. Finalmente si ferma il consumo del territorio.

    Cominciamo a ragionare quindi sul settore produttivo, puntando sulla rigenerazione del già costruito e il completamento di aree artigianali, industriali e commerciali già in parte attive. Un’attenzione particolare dovremmo dare all’area del petrolchimico. Perché è da anni in crisi, perché sono a rischio posti di lavoro, perché è necessario completarne la bonifica, ma anche perché rappresenta una risorsa incredibile in termini di superfici a disposizione in un’area che già ha infrastrutture a suo servizio ed un piano di gestione comune delle emergenze. Un’area che va quindi valorizzata con attività economiche che ne garantiscano la continuità produttiva, la sostenibilità economica ed infine, ma non ultimo, la progressiva diminuzione dell’impatto ambientale.

    Per tutto questo voterò favorevolmente al documento degli obiettivi del 2° POC del Comune di Ferrara.

    *5400/7400 alloggi sfitti, il restante in costruzione e/o autorizzati

  • https://youtu.be/9I_Or34wnbw?t=3h16m30s

    Intervento sulla variazione di bilancio 2015

    Il mio intervento sulla variazione di bilancio 2015 ieri in consiglio comunale (da 3h 16m 30s)

    Il mio intervento sulla variazione di bilancio 2015 ieri in consiglio comunale (da 3h 16m 30s)

  • Azioni Hera

    Hera, patto di sindacato e statuto

    Intervento in occasione della discussione sulla delibera per il rinnovo del contratto di sindacato e le variazioni dello Statuto di Hera SPA sulla quale ho espresso voto contrario. La delibera è stata approvata con 20 voti a favore (PD e Ferrara Concreta) e 13 contrari.

    Intervento in occasione della discussione sulla delibera per il rinnovo del contratto di sindacato e le variazioni dello Statuto di Hera SPA sulla quale ho espresso voto contrario. La delibera è stata approvata con 20 voti a favore (PD e Ferrara Concreta) e 13 contrari.

    La mia posizione su Hera è nota perché già espressa qualche mese fa con il voto contrario in occasione dell’ultimo breve rinnovo del patto di sindacato, cercherò per questo di non ripetermi troppo, anche perché credo che sia il caso di affrontare in modo laico la questione.

    Per farlo dobbiamo premettere una cosa: Hera, società per azioni quotata in borsa, non la controlliamo – noi soci pubblici – oggi con il 58%, e non la controlleremo domani con il 45, o il 40 o il 38 per cento che sia. E’ poi ovvio che il Comune di Ferrara con la sua minima quota non può certo arrogarsi il diritto di averne il controllo, ma è un fatto che sinora il fatto di far parte del contratto di sindacato non ha permesso al comune di Ferrara di conoscere prima, ed indirizzare poi, le politiche aziendali, soprattutto a livello locale.

    La disposizione legislativa per la quale oggi ci troviamo a discutere delle modifiche statutarie di Hera appare, nella pratica, un aggiramento del referendum: dopo i tentativi di reintrodurre l’obbligo di vendita, falliti per manifesta incostituzionalità, si è voluto lavorare sull’incentivazione della cessione di quote di società pubbliche garantendo una sorta di golden share e stralciandone i ricavi patrimoniali dal blocco degli investimenti dovuto al patto di stabilità. Questo per essere sicuri che, in tempi di insopportabile stretta delle finanze locali da parte dello Stato, i Comuni seguissero l’invito del Governo reperendo così i fondi necessari per poter realizzare investimenti necessari alle proprie comunità.

    E questa è la prima ragione per cui sono contrario a questo rinnovo del contratto di sindacato e alle modifiche statutarie. Nei fatti continuiamo a seguire pedissequamente un leit motiv che in questi ultimi vent’anni si è ormai affermato come dogma. Ovvero che il privato è meglio del pubblico, a prescindere. Per far cambiare idea, o anche solo rifletterci un po’ su, non sono bastati 7 anni di crisi economica le cui cause scatenanti sono privatissime, mentre le risorse per farvi fronte assolutamente pubbliche. Una crisi che ha effetti pesanti anche a poche centinaia di metri da noi. Io credo laicamente che vi siano spazi del vivere economico che possono essere gestiti direttamente dal pubblico, e che questo possa garantirne l’efficienza come e forse più del privato. E che vi siano in particolare alcuni servizi essenziali per il vivere umano, per i quali vada escluso ogni interesse di tipo privatistico: ovviamente mi riferisco in particolare all’acqua. Si badi bene, per evitare incomprensioni, non sono qui a rimpiangere la proprietà pubblica dei beni di produzione, teoria che peraltro non mi è mai stata particolarmente cara, ma credo che i servizi pubblici locali possano essere nel novero delle attività nelle quali il ruolo proprietario degli enti locali non solo degli impianti ma anche della gestione è, laicamente, accettato. In fondo si chiamano pur sempre Servizi Pubblici Locali.

    In particolare per l’acqua, ma anche per gli altri servizi credo che non basti il ruolo di controllore, come contraente di un contratto di servizio o tramite autorità terze di controllo.

    Anche perché il ruolo controllore del pubblico è decisamente risibile, sia come proprietario di maggioranza/minoranza di una Spa quotata in borsa, che come autorità di controllo del mercato: oltre agli evidenti esempi di fallimento a livello nazionale, abbiamo Atersir a dimostrarci ogni giorno quanto sia difficile confrontarsi con colossi come le grandi Multiutility della nostra Regione.

    E qui veniamo al secondo motivo di contrarietà. In questo patto di sindacato, in questo modifiche dello statuto, non vedo passi avanti significativi nell’assetto della governance dell’azienda. Non possiamo continuare a lamentarci che di Hera non sappiamo nulla e poi continuare ad accettare questa assenza di governance nonostante i patti di sindacato ai quali abbiamo aderito sinora.

    Va dato atto al Comune, al Sindaco, alla giunta ed al Consiglio Comunale di avere ottenuto impegni sostanziali su una questione specifica che è lo smaltimento dei rifiuti oltre le quote stabilite previsto dallo sblocca italia, ma è evidente a tutti che non è efficiente un sistema che costringe a contrattare all’ultimo minuto, in una posizione di evidente squilibrio di forza, ogni singola questione.

    L’ultimo motivo di contrarietà è che l’accettazione di fatto della direzione di navigazione imposta dal governo, ovvero la vendita di parte dell’azionariato pubblico delle aziende pubbliche locali, da il via al dilapidamento progressivo di un importantissimo patrimonio produttivo (e sottolineo produttivo) pubblico in funzione di esigenze, legittime, di cassa degli enti locali. Vendere oggi per costruire un ponte o riqualificare una piazza, interventi certamente fondamentali per quella determinata comunità, significa nei fatti disperdere parte di un patrimonio costituito negli ultimi settant’anni (e forse più) ed impedire non solo operazioni future, dal mio punto di vista virtuose, come la ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico, ma anche un eventuale totale cambio di strategia di intervento dell’ente locale, che ovviamente necessita di risorse tali che una vendita parziale renderebbe impossibile. Perché è vero che si pensa alle generazioni future mantenendo il debito a livelli sostenibili, ma è anche vero che alle stesse generazioni future dobbiamo render conto di come abbiamo conservato il patrimonio pubblico di cui siamo momentanei custodi.

    E’ vero, ed è segnale positivo: l’amministrazione non ha già deciso di vendere le azioni. Ma è un segnale purtroppo che vale solo per oggi e domani. Non sappiamo cosa succederà dopopodomani: basti pensare alla spending review del governo Renzi che, a quanto scrive la stampa oggi, è alla ricerca di 4 miliardi (su 6 totali) per il 2016…

     

  • Intervento di presentazione dell’Odg “Un’altra difesa possibile”

    Intervento di presentazione dell’ordine del giorno per l’adesione del Comune di Ferrara alla campagna per un’altra difesa possibile. Odg approvato con 23 fav (SEL, PD, Ferrara Concreta, M5S) e 7 no (FI, FdI, Lega Nord, GOL).

    Grazie Presidente,

    Inizio questa presentazione con una citazione, perché mi sembra perfetta, oggi, per introdurre il documento in discussione.

    Non si può pensare di risolvere i problemi del terzo mondo senza un grande dirottamento di risorse dagli impieghi militari agli impieghi civili. Anche per questi motivi la via di disarmo proposta da Gorbaciov interessa l’Europa: il terzo mondo non è lontano da noi. Già sta tracimando in Europa. Aspetteremo? Ci difenderemo con il razzismo?” Questo si domandava profeticamente nel 1989 Pietro Ingrao, un grande padre di questo paese al quale vanno i miei auguri visto che proprio oggi compie 100 anni.

    Ed ancora Ingrao: “Senza un sostanziale spostamento di mezzi materiali e culturali dal terreno militare a quello civile, non vedo come si possa affrontare l’emergenza ecologica. Non si tratta più di futuribile. La questione ecologica sta entrando nel nostro vissuto quotidiano

    Perché, lasciando Pietro Ingrao e parlandoci un po’ più terra terra, è questo il succo del discorso: ogni volta che avviene una catastrofe in questo paese, ed ultimamente succede almeno una volta all’anno, si invoca l’invio dell’esercito e si spendono miliardi per la ricostruzione. E’ forse venuto il tempo di prevenire prima, sarebbe la vera grande rivoluzione per questo nostro martoriato paese, e eventualmente avere dopo persone formate e pronte ad intervenire come solo in parte è oggi il sistema della protezione civile.

    Oggi discutiamo un documento che è stato presentato da una parte politica ma che vuole essere aperto a tutto il consiglio, che chiede all’amministrazione comunale di aderire alla campagna “Un’altra difesa è possibile” per l’istituzione del Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta. Si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da una miriade di reti ed associazioni del mondo pacifista italiano, del volontariato, della cultura e della promozione sociale nel nostro paese. Associazioni laiche e cattoliche, ambientaliste e di volontariato che si sono messe insieme per fare una proposta legislativa che dia un incardinamento stabile ad un principio, quello del diritto/dovere di “servire la patria” anche in modo non armato e, possibilmente, nonviolento.

    Si tratta – come scrivono i promotori – di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali, e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale – come richiamato nel documento – cioè la realizzazione di una difesa civile alternativa alla difesa militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi.

    Cosa intendiamo per Difesa civile? La Difesa Civile è la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati: significa preparare mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; significa difendere l’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni – piuttosto che finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle reali minacce che lo colpiscono ormai quotidianamente e lo rendono invece inutilmente minaccioso agli occhi del mondo.

    Perché mentre le spese militari del nostro paese continuano a rimanere sostanzialmente invariate, in questi anni sono stati progressivamente tagliati i fondi per il servizio civile nazionale, come rimarchiamo nel dispositivo del documento che richiama, testuali parole, la posizione già presa a larga maggioranza da questo consiglio lo scorso giugno.

    Le foto dei tremila carri armati e blindati lasciati arrugginire nei boschi piemontesi, che molti di voi avranno potuto vedere immortalare nelle foto dell’inchiesta de l’Espresso, sono solo l’ultima, scioccante e scandalosa evidenza dello spreco di risorse che continuiamo imperterriti a generare.

    Abbiamo presentato questo Ordine del Giorno perché crediamo che Ferrara, così come scritto nello statuto di questo Comune, ha posto da tempo proprio l’importanza della pace come “bene essenziale per tutti i popoli”.

    Fra l’altro Ferrara è stata pioniera in questo campo. Già durante la seconda guerra mondiale, quando la nostra provincia fu teatro di uno dei primi atti di difesa civile non armata con il blitz al municipio di Bondeno del 18 febbraio 1945, da parte delle donne che impedirono la deportazione di figli e mariti con un’azione di sabotaggio che aveva come obiettivo la distruzione dei registri di leva. E proprio da Ferrara, negli anni 2000, partirono i primi volontari caschi bianchi che si recarono a Cipro per intraprendere azioni per rafforzare e

    promuovere il dialogo, la comprensione e la cooperazione tra le comunità greco-cipriota e turco-cipriota e tra gli altri gruppi etnici dell’isola dilaniata da un conflitto decennale.

    Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra) diceva una famosa locuzione latina presente nel suo senso anche già negli scritti di Platone. Di acqua sotto i ponti ne è passata, guerre morti e tragedie si sono susseguite per centinaia di anni, ed ancora oggi sono una trentina i conflitti in corso. E’ proprio venuto il tempo, se vogliamo davvero la pace, di prepare la pace.

    Odg approvato con 23 fav (SEL, PD, Ferrara Concreta, M5S) e 7 no (FI, FdI, Lega Nord, GOL).

  • FerraravsFerrara: un contributo

    Messaggio inviato all’iniziativa FerraravsFerrara proposta da FerraraItalia.

    Schermata 2015-01-20 alle 07.11.50Messaggio inviato all’iniziativa FerraravsFerrara proposta da FerraraItalia.

    Care amiche e cari amici di FerraraItalia,

    purtroppo la concomitanza con il Consiglio Comunale mi impedisce di essere alla vostra interessante iniziativa. Interessante perché permette finalmente di guardare alla nostra città con gli occhi rivolti verso il futuro, e perché mette al centro alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore. Mi scuso, ma il poco tempo a disposizione nel scrivervi queste righe prima di andare in consiglio mi costringono ad andare per punti (a me più cari) e a tagliare con l’accetta i ragionamenti, ma spero ci sarà modo di ragionarci insieme anche in altre occasioni.

    Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico

    E’ una suggestione affascinante ed interessante, sia per l’aspetto paessaggistico e storico, che per i risvolti indiretti su uno degli assi di attraversamento della città (vedi sotto). Vedo solo una grande criticità, anche una volta riusciti a reperire i fondi per un’opera che non mi appare cmq di semplice realizzazione: le nostre acque non sono più quelle del ‘400 o del ‘700. Già il fossato del Castello è stato oggetto di interventi per garantire una qualità delle acque decente d’estate, mi preoccupa molto un canale con acqua di fatto ferma che attraversa la città che preleva l’acqua da un canale, il volano, piuttosto fermo di suo.

    Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse

    Essendo stato di fatto il primo custode del Giardino riaperto, quando come circoscrizione cocciutamente realizzammo la prima apertura estiva il tema mi sta ovviamente a cuore. Continuo a vedere quell’angolo di città come una riserva verde dentro la città costruita. Una riserva che fa da polmone e ristoro di giorno, e vive di cultura la sera. Per questo non vedo male, una volta finiti i cantieri di risistemazione del Palazzo municipale, un ragionamento che introduca la possibilità di apertura di attività all’interno del giardino (o anche solo la collocazione di tavolini delle attività che già esistono nel perimetro), mantenendone la caratteristica di luogo privilegiato delle attività culturali cittadine dalla primavera all’autunno.

    Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica, Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città, Strapaesana, Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto

    Le metto tutte insieme perché devono far parte di un ragionamento unitario. Credo sia venuto il tempo di porre fine alla cesura fra la città medioevale e quella rinascimentale. La zona pedonale deve poter varcare largo castello/giovecca e riunire le grandi ztl interrompendo, oggi che la tangenziale ovest è realizzata, un asse di attraversamento (Cavour-Giovecca) che deve rimanere permeabile ai soli mezzi pubblici. Il resto deve essere ricompreso in una zona pedonale progressivamente allargata. Come si è già sperimentato le scorse festività, la chiusura dell’asse principale è realizzabile (da S. Stefano a Palestro). Si può continuare nella sperimentazione, magari spostando il mercato del venerdì fra cavour, largo castello e giovecca, per verificarne l’impatto nei giorni feriali, ma è imprescindibile un ragionamento complessivo che coinvolge la mobilità pubblica (con linee bus che si attestano ai bordi della zona pedonale) e quella privata (spostando i parcheggi persi in cortevecchia sull’ultimo tratto di un viale cavour “chiuso”), un ragionamento sugli altri due assi (porta po/portamare e di riflesso arianuova), e finalmente un ragionamento complessivo sull’utilizzo razionale e condiviso delle piazze sia per le attività “mercatali” che per gli eventi.

  • Intervento in consiglio comunale sul Bilancio dell’Istituzione Scuola

    Intervento in consiglio comunale sul Bilancio dell’Istituzione Scuola martedì 9 dicembre 2014

    Non sono mai stato ideologicamente contrario alle esternalizzazioni dei servizi, a parte forse per l’acqua, ma anche lì non la reputo una posizione ideologica. Certo preferirei esternalizzare le biblioteche che gli asili, ma oggi ci troviamo nella paradossale situazione (per me) che mentre il Comune esternalizza le scuole dell’infanzia, allo stesso tempo reinternalizza la gestione delle biblioteche con il personale che non è più in grado di lavorare con i bambini.

    Oggi che il blocco delle assunzioni è acqua passata, la scelta sull’esternalizzazione appare meramente economica. Potrei alzare la bandiera della demagogia, e dire che è sufficiente azzerare i contributi alle scuole private per coprire il fabbisogno dell’Istituzione Scuola. Non lo faccio, perché mi pare inutile alzare bandiere che si sciolgono al sole del primo voto in consiglio (e anche perché probabilmente poi si aprirebbe un problema con altri genitori che non sanno più dove portare i figli).

    Non lo faccio perché vorrei dare quindi un contributo propositivo nonostante le mie personali perplessità, stante che l’impegno preso in campagna elettorale, ovvero non superare la soglia immaginata nel protocollo d’intesa con i sindacati, appare mantenuto.

    Credo, e la reazione dei genitori interessati, ma direi di una buona fetta di città lo dimostra, come la presenza a questo consiglio di oggi del resto testimonia ampiamente, che sia necessario un percorso di informazione e partecipazione rivolto alla città, che dia conto dello stato delle esperienze fatte nelle scuole già esternalizzate e che spieghi a tutti il perché delle proposte e le motivazioni, anche quelle economiche, dell’esternalizzazione.

    Un percorso di dialogo che permetta di salvaguardare le peculiarità e risolvere i problemi di ciascun plesso, che sono diversi non solo per collocazione geografica ma anche per composizione sociale e storia didattica.

    Un percorso che permetta di valutare anche ipotesi di esternalizzazione progressiva delle scuole interessate in modo da garantire per quanto possibile la continuità didattica nel breve periodo ai bambini che oggi sono all’interno delle scuole.

    La continuità didattica va però garantita anche nel lungo periodo: se già non vi è, va inserito nel bando un sistema di controllo del turnover. Posso immaginare che la mobilità dei lavoratori nel privato (visto peraltro il jobs act) sia superiore rispetto al pubblico e per questo dobbiamo trovare un sistema, se non c’è, per garantire i bambini di non cambiare troppo spesso maestra.

    Credo, e credo sinceramente che sarebbe utile sia ai genitori che all’amministrazione, vada costituito un sistema di controllo trasparente: una sorta di “autorità” garante che coinvolga i consigli di partecipazione: sarebbe una garanzia per i genitori rispetto alla efficacia dei controlli, ma anche per l’amministrazione contro il diffondersi di leggende metropolitane.

    Per quel che riguarda invece i lavoratori credo che vada ascoltata una delle richieste più pressanti, ovvero il riconoscimento professionale degli educatori. Va ascoltata non solo perchè mi pare giusto che il lavoro effettuato in una scuola pubblica esternalizzata valga quanto quello in una scuola privata ai fini delle graduatorie, ma anche perché questi lavoratori, in gran parte giovani (e molto spesso mal considerati e bistrattati nelle riflessioni che ho letto in questi giorni sui giornali), hanno il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuta la propria professionalità.

    Come credo che non sia possibile far vivere ad una persona una doppia precarietà: quella di non sapere se fra x anni la sua cooperativa rivincerà l’appalto e quindi se manterrà il suo lavoro e quella, giornaliera, di rischiare di non lavorare se il bambino che affianca resta malato per più di n giorni. E’ necessario in qualche modo garantire la continuità lavorativa per gli educatori che lavorano nel sostegno, ed aprendo una parentesi che meriterebbe una riflessione più ampia, ed in una sede e con interlocutori più appropriati, anche ripensando (ovviamente a seconda dei singoli casi) il modello che ora vede l’educatore legato al singolo bambino.

    Un’ultima riflessione infine: dal prossimo anno avremo un nuovo indicatore ISEE che non sappiamo come andrà a modificare il livello delle rette per le famiglie. Credo sia necessario aprire sin da subito aprire un riflessione sulla rimodulazione rette, valutare quale sia il livello di copertura del servizio per ogni fascia di reddito che garantisca il principio di solidarietà ma che allo stesso tempo eviti di trasformare la scuola pubblica in una scuola di classe.

    Finendo con le questioni economiche. Non è demagogico oggi ripensare a ciò che solo un anno fa è stato deciso in quest’aula, io non c’ero, ma scusate resta un mio pallino. Un taglio dell’addizionale irpef di 20 euro l’anno di media cui non si è accorto nessuno, mentre ci accorgiamo oggi come quelle risorse sarebbero state utili, e non solo per la scuola. Ci apprestiamo ad approvare il bilancio comunale con la spada di damocle della legge di stabilità, e forse dovremo rimetter mano alla tassazione locale per far fronte alla scure del cosiddetto buon-governo.

    Pensiamoci.

  • accattonaggio molesto

    Sull’accattonaggio molesto

    Intervento sulla mozione sull’introduzione della contravvenzione amministrativa per accattonaggio molesto nel regolamento di Polizia Urbana del Comune di Ferrara

    Intervento sulla mozione sull’introduzione della contravvenzione amministrativa per accattonaggio molesto nel regolamento di Polizia Urbana del Comune di Ferrara

    In due dei documenti presentati oggi si chiede, a fronte di una supposta emergenza dovuta al racket dell’accattonaggio di introdurre nel regolamento di Polizia Urbana norme atte a reprimere il cosiddetto accattonaggio molesto. Dico supposta perché anche il Questore sulla stampa si è dimostrato piuttosto sorpreso da tale emergenza.

    Mi pare che il nostro ordinamento penale già preveda una serie di fattispecie di reato che ben si adattano ai comportamenti che i documenti presentati vogliono oggi punire con una contravvenzione amministrativa:
    – art 572 maltrattamento di familiare e conviventi (da due a sei anni),
    – Art. 600 CP Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (da 8 a 20 anni),
    – ART 600 octies impiego di minori (fino a 3 anni),
    – Art. 610. Violenza privata (fino a 4 anni).

    Mi pare che il livello delle pene appena elencate sia sufficiente ad esaudire sia il cosiddetto effetto deterrente, che la mera repressione del reato.

    Ora colpire l’eventuale vittima del racket con una ulteriore sanzione amministrativa (piccola od elevata che sia) risulta a mio parere una misura oltre che superflua rispetto alle previsioni di legge citate, anche, meglio, soprattutto assolutamente insensata e priva di effetti pratici se non vessare ulteriormente la presunta vittima di quel racket, che peraltro essendo quasi sempre nullatenente, non potrà mai pagare la sanzione comminata.

    Insomma l’introduzione di una simile previsione nel nostro regolamento di Polizia Urbana risulterebbe solo un aggravio di compiti per i nostri vigili urbani (quelli che non ci sono mai quando servono, come vox populi vuole) che peraltro non sono formati e non hanno gli strumenti per fare quello che chiedete nei documenti, ovvero contrastare i racket.

    Perché per sgominare i racket, in quanto crimine tipicamente di tipo associativo, ha necessità di attività di investigazione per la quale i nostri vigili non hanno  né la formazione né gli strumenti normativi.

    E poi come farebbero: ve lo vedete un mendicante fare il molesto davanti a due divise? Dovremmo introdurre anche la novità dei vigili in borghese? (non so neanche se sia possibile giuridicamente)

    Detto che non condivido neanche molte delle premesse dei due documenti, a partire dalla sentenza della corte costituzionale, richiamata quasi con dispiacere, un dispositivo realmente pragmatico avrebbe chiesto al Sindaco di richiedere all’interno del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza un particolare intervento delle forze dell’ordine per sgominare questi racket, sempre che siano realmente tali.

    Potremmo poi dilungarci sul ruolo delle fonti del diritto, ma ci son troppi avvocati e temo non ne usciremmo più.

    Vorrei però chiudere sul concetto di molestia, con una domanda: molesta di più le vostre coscienze il ragazzo che in posa plastica chiede in ginocchio l’elemosina davanti ad un noto supermercato cittadino, o il padre di famiglia che vi si presenta in un parcheggio di un ipermercato con la sportina della spesa in mano chiedendovi un’offerta, e alla vostra risposta, quasi automatica, “non ho monete” vi controbatte, a mezza voce “non ci sono solo monete”?

    La caritas ha visto aumentare in 5 anni del 25% i pasti distribuiti. La crisi ha colpito pesantemente, a partire dai ceti più poveri. Dopo discuteremo dell’assestamento di bilancio e dell’ASP: dobbiamo fare in modo che il previsto “piano di rientro” vada ad incidere sull’organizzazione con economie ed un miglioramento della gestione e non diminuendo i servizi erogati o riversando i costi sull’utenza.

    Anche per questo ne approfitto per chiedere già da ora che si faccia un approfondimento in commissione (vedano i presidenti di quale) sulla situazione dell’ASP alla luce della crisi e dei problemi strutturali di bilancio.

    Finisco con una citazione:
    “Gli squilibri e le forti tensioni che caratterizzano le società più avanzate producono condizioni di estrema emarginazione, sì che senza indulgere in atteggiamenti di severo moralismo non si può non cogliere con preoccupata inquietudine l’affiorare di tendenze, o anche soltanto tentazioni, volte a “nascondere” la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli. Quasi in una sorta di recupero della mendicità quale devianza, secondo linee che il movimento codificatorio dei secoli XVIII e XIX stilizzò nelle tavole della legge penale, preoccupandosi nel contempo di adottare forme di prevenzione attraverso la istituzione di stabilimenti di ricovero (o ghetti?) per i mendicanti. Ma la coscienza sociale ha compiuto un ripensamento a fronte di comportamenti un tempo ritenuti pericolo incombente per una ordinata convivenza, e la società civile consapevole dell’insufficienza dell’azione dello Stato ha attivato autonome risposte, come testimoniano le organizzazioni di volontariato che hanno tratto la loro ragion d’essere, e la loro regola, dal valore costituzionale della solidarietà.”
    Dalla sentenza della Corte sull’incostituzionalità del reato di accattonaggio.

  • Dalla parte del bufalo - intervento sulle linee programmatiche del Sindaco Tagliani

    Dalla parte del bufalo

    Intervento in occasione della discussione del documento programmatico del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani.

    Come saprete mi sono candidato con una posizione piuttosto critica rispetto alla scorsa amministrazione, in particolare per alcune scelte che oggi non ho il tempo di ripercorrere ma che credo risulteranno sullo sfondo di questo intervento.

    Ringrazio il Sindaco per la sua relazione, che mi permette di interloquire nel merito di quello che dovremo fare da qui in avanti. Siccome questo è un dibattito, e non un panegirico, vorrei brevemente fare alcune sottolineature, anche per rilanciare alcune questioni, su cui credo ci sia bisogno di confronto.

    Urbanistica

    Il Sindaco sembra avermi tolto le parole di bocca quando in materia di urbanistica, analizzando il mercato (che non c’è più) dell’edilizia dice che “il nostro tessuto delle costruzioni è chiamato ad un rapido adeguamento”. Per quanto mi riguarda è da quando, 15 anni fa, proponevo di far pagare al Comune corsi di aggiornamento per la ristrutturazione edilizia ed energetica per i dipendenti della coopcostruttori che ritengo ineludibile necessità che il settore edilizio ferrarese si confronti con il futuro. Insomma l’adeguamento poteva essere più lento e dolce, ma ormai non c’è più tempo: rilanciando le parole del sindaco, credo che questo Consiglio dovrà porsi presto l’obiettivo di rivedere l’entità degli oneri immaginando premialità economicamente forti da qui al 2021 per chi costruisce case di alta qualità edilizia e sismica a consumo zero. L’obbligo della direttiva UE per le nuove costruzioni energeticamente passive scatterà tra 7 anni, noi oggi abbiamo il compito di indirizzare il tessuto produttivo e dobbiamo fare in modo che oggi una casa passiva sia competitiva anche nei costi con una “tradizionale”. Per farlo dobbiamo azzerare i costi di costruzioni e gli oneri per le case a consumo zero e antisismiche, prevedendo sconti a scalare sino al 2021. Solo così incentiveremo realmente le imprese locali ad acquisire il know how e le tecnologie per tornare ad essere competitive sul piano locale.
    L’altra grande questione è il consumo di territorio: togliamo subito aree edificabili inutili dal RUE, bene ha fatto il Sindaco a porre la questione, ma pensiamo anche avanti e riflettiamo se il prossimo POC debba essere un Piano che finalmente non consuma più territorio ma mette in gioco esclusivamente aree che è necessario per la Città che vengano riqualificate o rigenerate perché oggi scheletri senza vita dentro o alle porte della città.
    Sempre guardando al futuro, mentre tutti si riempiono la bocca di Banda Larga e poi nessuno fa nulla, la pianificazione urbanistica deve prevedere fra le infrastrutture da implementare anche quelle telematiche, siano reti a fibre ottiche o reti WIFI.

    Turismo e territorio

    Dobbiamo mettere al centro dell’idea di crescita della nostra città il nostro grande patrimonio culturale, storico e ambientale. Centralità non significa certamente esclusività, ma è fuori di dubbio che il settore turistico e culturale è quello che può dare, con investimenti limitati, più opportunità all’imprenditoria, in particolare quella giovanile. Dobbiamo creare un nuovo modello di governance che sappia rendere la cultura diffusa sul territorio fulcro della crescita culturale, sociale ed economica della città. Servono pensieri lunghi e orizzonti ampi per dare uno slancio europeo al tessuto culturale ferrarese.
    Ferrara come settima stazione del Parco del Delta del Po che è stata giustamente richiamata dal Sindaco può essere il punto di partenza per ricostruire il rapporto fra la città e il suo territorio dopo il venire meno delle politiche provinciali. Significherà creare un rapporto sinergico con la provincia, con la città che si propone finalmente come porta di accesso alle innumerevoli risorse ambientali e culturali del territorio per rendere effettivo il riconoscimento UNESCO a Ferrara, Città del Rinascimento e il suo Delta del Po.

    Agricoltura, periurbana in primis

    L’amministrazione già ha fatto molto per promuovere l’agricoltura di qualità, i prodotti locali e quindi la filiera corta. La sfida che vedrà impegnato il Comune in un settore fin qui gestito dalla Provincia è tutta da scoprire. Nel frattempo possiamo però fare altro: ad esempio possiamo costruire percorsi per l’affidamento a cooperative di lavoratori (di giovani, disoccupati e altri soggetti svantaggiati) dei terreni che il POC prevede siano ceduti all’amministrazione sia per il mantenimento della fascia agricola periurbana che per il rimboschimento (naturalistico o produttivo) per creare nel lungo termine una filiera cortissima che garantiscagestione ecologicamente ed economica sostenibile delle aree agricole e boschive periurbane.

    Acqua pubblica

    Ringrazio il Sindaco per aver aperto la strada ad una discussione “serena, concreta e senza pregiudizi” sul sistema di gestione del Servizio Idrico. Per quanto mi riguardo credo che l’Acqua debba essere pubblica, ed anche la sua gestione, non per ideologia ma perché essa è bene primario per l’esistenza della vita. Più di un’aula scolastica e più di un presidio sanitario, per intenderci. Da parte nostra formalizzeremo nei prossimi mesi una proposta di commissione speciale che si ponga l’obiettivo di conoscere, studiare, analizzare, ed elaborare una proposta concreta di gestione da consegnare al prossimo mandato amministrativo (o da attuare prima, chissà).

    Le aziende

    Sempre in termini di aziende e servizi pubblici, le proposte del Sindaco ci offrono alcuni spunti di riflessione. Se la fusione AMSEFC – Ferrara TUA può essere una proposta che migliora la capacità di intervento municipale sui servizi locali, altro va detto su altre aziende. Comprendo che vi sia, anche in Giunta, chi non aspetta altro un provvedimento governativo di obbligo per attuare scelte, queste sì profondamente ideologiche, di dismissione del patrimonio pubblico, ma io continuo a ritenere che l’esperienza di intervento pubblico in campo socio-sanitario rappresentato dalle Farmacie comunali sia non solo da tutelare ma da valorizzare ulteriormente. Una esperienza che al contempo ha saputo mantenere presidi importanti laddove il privato mai avrebbe investito, e tenuto testa al mercato introducendo pratiche innovative di servizio alla cittadinanza alle quali i privati hanno dovuto adeguarsi. Una esperienza che, ricordiamolo, conferisce alle casse comunali ogni anno più di 600.000 euro fra utili e contratto di servizio, anche in questi anni di crisi.
    Altro discorso si potrebbe fare su Hera, ma vedo che finalmente anche altri cominciano a porsi dei dubbi sulla reale capacità del Comune/socio di poter incidere sulle politiche aziendali. A dire la verità si era abbastanza soli ai tempi della fusione per incorporazione Agea-Hera a porli i dubbi, questa forse potrebbe essere il mandato giusto per tirare le fila di questa esperienza.

    La scuola

    Le mutevoli necessità del sistema scolastico rispetto ai bisogni della popolazione ci lasciano un sistema ormai ampiamente integrato fra risposta pubblica e privata. La rigidità dell’organizzazione pubblica, e le normative di vincolo in alcuni casi superate, hanno reso necessarie esternalizzazioni che seppur non hanno avuto evidenti incidenze sulla qualità del servizio hanno scaricato le diseconomie sui lavoratori “esternalizzati” e sul loro reddito. Non solo andranno valutate con grande attenzione ulteriori proposte di processi di esternalizzazione, proponibili solo in cambio di una stabilizzazione del rapporto di lavoro e comunque mantenendosi ampiamente al di sotto dei termini dell’accordo con i sindacati.

    Una città gioiosa viva e accogliente

    Quella che noi dobbiamo costruire è una città gioiosa, viva e accogliente: gioiosa per i bambini, viva per i giovani e accogliente per tutte le famiglie, comunque siano composte. Dobbiamo mettere al centro della nostra visione le nuove generazioni, garantendo loro opportunità per costruirsi un futuro lavorativo e serenità per costruirsi una famiglia. Anche per questo dobbiamo salvaguardare i servizi a tutela di minori e donne, perché rimangono soggetti sostanzialmente dimenticati dai fondi per la non autosufficienza: se nuove soluzioni, affido familiare a parte, devono trovarsi per l’assistenza ai minori queste non dovranno mai mettere in secondo piano la qualità dell’intervento mentre vanno assolutamente salvaguardate, in tempi di incomprensibili tagli governativi, le realtà a sostegno delle donne vittime di violenza, a partire dal Centro antiviolenza cittadino.
    Nonostante il Vescovo i giovani, studenti, lavoratori o disoccupati che siano devono vivere in una città che non ne sfrutti solo la capacità di pagare affitti e definisca postribolo i luoghi in cui vivono la sera. Dobbiamo (ri)costruire una città che permetta ai più giovani di esprimere la loro identità, le loro passioni ed anche, nel rispetto di tutti, la loro voglia di divertimento. Dobbiamo creare spazi e opportunità per la creatività giovanile con un bando pubblico per l’affidamento, anche temporaneo, degli immobili comunali in disuso a realtà associative, culturali e imprenditoriali innovative costituite da giovani.
    Dobbiamo, nonostante Vescovo e Sentinelle, far valere il registro delle Unione Civili in tutte le graduatorie comunali, e nonostante Sentinelle e Vescovo dobbiamo riconoscere i matrimoni e le adozioni, anche fra persone dello stesso sesso: come successo per via giudiziaria a Grosseto, il Comune deve per via amministrativa accettare la trascrizione nei registri degli atti di Stato Civile avvenuti all’interno dell’Unione Europea.
    Dobbiamo moltiplicare le social street, la gestione condivisa delle aree verdi, dei campi sportivi, ridare insomma slancio a quella solidarietà urbana che è l’unico antidoto al degrado e alla marginalità. 10/100/1000 vie Pitteri, più strade chiuse al traffico e più bambini che giocano in strada, più orti urbani e più giovani che fanno sport, a partire da quelli semplici e di base in impianti sportivi finalmente adeguati, a partire dal campo scuola (ma su questo mi pare ci sia sensibilità in consiglio)

    Cispadana Vs treni

    Alla nostra città, al nostro territorio, non serve nuovo asfalto. L’autostradalizzazione della Cispadana e della Ferrara Mare, come del resto la Orte Mestre, sono solo regali fuori tempo massimo ad una idea di strada=sviluppo che ormai ha segnato il passo.
    A Ferrara serve che i Frecciargento fermino 8, 12, 16 volte e non solo le 4 di oggi ad orari peraltro improbabili, non solo perché i ferraresi possano ritornare ad usarle ma anche perché i turisti possano apprezzare della nostra città oltre alle emergenze culturali, anche la posizione strategica, ad un’ora da Firenze e Venezia e centro di un’ipotetica (e siamo solo nel 2014) connessione ferroviaria diretta fra Ravenna e Mantova.
    A Ferrara servirebbe anche poter arrivare al suo mare in treno. Mancano pochi chilometri per renderlo possibile. Serve la volontà politica di scegliere quale tipo di mobilità vogliamo, quella intelligente o quella che ci fa star in coda per ore, consumando combustibili fossili, inquinando l’aria e purtroppo, troppo spesso, rischiando anche la vita.
    A Ferrara serve che i pendolari possano viaggiare su treni che non partano anch’essi ad orari improbabili oltre che a temperature improbabili, perdendo così, in malo modo, tempi di vita in qualunque modo meglio spesi, mentre i nuovi treni ad alta capacità appaiono incredibilmente in tarda serata, quasi volessero tenerli da conto e non darli in pasto agli “affamati” di posti a sedere.
    A Ferrara, infine, serve un sistema di Trasporto Pubblico Locale che sappia finalmente integrarsi con una città che si muove talmente bene in bicicletta e a piedi che alla prima pioggia va in tilt. Mezzi più piccoli, linee più corte, più coincidenze ma più frequenze sono solo spunti di riflessione: bisogna aprire come giustamente proposto dal Sindaco da subito un confronto con AMI e Tper per cercare soluzioni innovative. E nel frattempo, possibilmente, terminare la metropolitana per l’Ospedale.

    Rifiuti

    Ne parleremo dopo per cui non vi annoierò sulla questione rifiuti: dobbiamo semplicemente passare dalla “sperimentazione” (ormai ultradecennale) della raccolta porta a porta implementando un sistema misto integrato compatibile con le caratteristiche urbanistiche e sociali dei diversi quartieri della città. Dobbiamo porre come obiettivo delle politiche sui rifiuti l’azzeramento del residuo “a smaltimento” con l’obiettivo a breve termine di raggiungere almeno l’obiettivo del 75% di raccolta differenziata.

    VIA per la geotermia

    Sulla Geotermia, sulla quale non sono/siamo certo aprioristicamente contrari, esprimeremo un parere compiuto una volta depositato il progetto, ma due cose sono certe: la prima è che un impianto di tali dimensioni ed importanza per la città, che nella sua ultima ipotesi prevede anche una importante opera di bonifica, situata giusto ai margini del perimetro UNESCO e all’interno di quella che dovrebbe essere una nuova stazione del Parco del Delta, richiede un procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale. Dovrebbe chiederlo direttamente Hera, per trasparenza del procedimento, per garanzia del rispetto del luogo in cui viene realizzato e di chi ci vive intorno ma anche per garanzia del proprio investimento e dei propri stessi soci. Nel caso non lo facesse dovrebbe chiederlo il Comune. Sennò lo chiederemo noi.
    La seconda è che va rivisto il contratto di servizio, in particolar modo rispetto alle tariffe, che devono essere parametrate ai costi effettivi e non ad un costo di un mercato, quello del metano, volatile come un gas sempre più raro e che garantisce quindi extraprofitti immotivati dallo sfruttamento di un bene pubblico.

    La prateria a sinistra del PD

    Mi si permetta di chiudere con una nota squisitamente politica. A sinistra del Partito Democratico si è aperta una prateria. Una prateria piuttosto disabitata direte voi, del resto già il solo fatto che sia io a rappresentare l’estrema sinistra in questo consiglio la dice lunga sul suo stato di salute. Ma è una prateria piena di valori, idee e sogni che attende solo di essere ripopolata delle persone che deluse se ne sono allontanate. Nel mio piccolo, come eletto indipendente nelle liste di SEL, sono a disposizione di tutti coloro vorranno interloquire, confrontarsi, costruire proposte e partecipare alla vita anche amministrativa della nostra città. Un confronto aperto anche con coloro che non hanno votato SEL e il suo candidato Sindaco e che oggi non sono rappresentati in consiglio. Un confronto che credo sarà utile a tutta la coalizione che governerà per i prossimi 5 anni, perché ci sia sempre chiaro che al di fuori di questo consiglio, alla nostra sinistra ci sono istanze, idee e passioni che meritano di essere considerate.

    A proposito di praterie, mi viene in mente per chiudere un verso a me particolarmente caro di Francesco De Gregori:

    “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
    la locomotiva ha la strada segnata,
    il bufalo può scartare di lato e cadere.”

    Sarà, ma io sono sempre stato dalla parte del bufalo.

    [Intervento in occasione della discussione del documento programmatico del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani.]

    ‘Ferrara nel suo territorio’: le linee programmatiche di mandato 2014/2019: ecco il testo relativo alle ‘Linee programmatiche di mandato 2014/2019’ che il sindaco Tiziano Tagliani ha presentato durante la seduta del 7 luglio 2014 del Consiglio comunale di Ferrara. Scarica in pdf: linee-programmatiche-di-mandato-2014_2019.pdf.