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    Hera, patto di sindacato e statuto

    Intervento in occasione della discussione sulla delibera per il rinnovo del contratto di sindacato e le variazioni dello Statuto di Hera SPA sulla quale ho espresso voto contrario. La delibera è stata approvata con 20 voti a favore (PD e Ferrara Concreta) e 13 contrari.

    La mia posizione su Hera è nota perché già espressa qualche mese fa con il voto contrario in occasione dell’ultimo breve rinnovo del patto di sindacato, cercherò per questo di non ripetermi troppo, anche perché credo che sia il caso di affrontare in modo laico la questione.

    Per farlo dobbiamo premettere una cosa: Hera, società per azioni quotata in borsa, non la controlliamo – noi soci pubblici – oggi con il 58%, e non la controlleremo domani con il 45, o il 40 o il 38 per cento che sia. E’ poi ovvio che il Comune di Ferrara con la sua minima quota non può certo arrogarsi il diritto di averne il controllo, ma è un fatto che sinora il fatto di far parte del contratto di sindacato non ha permesso al comune di Ferrara di conoscere prima, ed indirizzare poi, le politiche aziendali, soprattutto a livello locale.

    La disposizione legislativa per la quale oggi ci troviamo a discutere delle modifiche statutarie di Hera appare, nella pratica, un aggiramento del referendum: dopo i tentativi di reintrodurre l’obbligo di vendita, falliti per manifesta incostituzionalità, si è voluto lavorare sull’incentivazione della cessione di quote di società pubbliche garantendo una sorta di golden share e stralciandone i ricavi patrimoniali dal blocco degli investimenti dovuto al patto di stabilità. Questo per essere sicuri che, in tempi di insopportabile stretta delle finanze locali da parte dello Stato, i Comuni seguissero l’invito del Governo reperendo così i fondi necessari per poter realizzare investimenti necessari alle proprie comunità.

    E questa è la prima ragione per cui sono contrario a questo rinnovo del contratto di sindacato e alle modifiche statutarie. Nei fatti continuiamo a seguire pedissequamente un leit motiv che in questi ultimi vent’anni si è ormai affermato come dogma. Ovvero che il privato è meglio del pubblico, a prescindere. Per far cambiare idea, o anche solo rifletterci un po’ su, non sono bastati 7 anni di crisi economica le cui cause scatenanti sono privatissime, mentre le risorse per farvi fronte assolutamente pubbliche. Una crisi che ha effetti pesanti anche a poche centinaia di metri da noi. Io credo laicamente che vi siano spazi del vivere economico che possono essere gestiti direttamente dal pubblico, e che questo possa garantirne l’efficienza come e forse più del privato. E che vi siano in particolare alcuni servizi essenziali per il vivere umano, per i quali vada escluso ogni interesse di tipo privatistico: ovviamente mi riferisco in particolare all’acqua. Si badi bene, per evitare incomprensioni, non sono qui a rimpiangere la proprietà pubblica dei beni di produzione, teoria che peraltro non mi è mai stata particolarmente cara, ma credo che i servizi pubblici locali possano essere nel novero delle attività nelle quali il ruolo proprietario degli enti locali non solo degli impianti ma anche della gestione è, laicamente, accettato. In fondo si chiamano pur sempre Servizi Pubblici Locali.

    In particolare per l’acqua, ma anche per gli altri servizi credo che non basti il ruolo di controllore, come contraente di un contratto di servizio o tramite autorità terze di controllo.

    Anche perché il ruolo controllore del pubblico è decisamente risibile, sia come proprietario di maggioranza/minoranza di una Spa quotata in borsa, che come autorità di controllo del mercato: oltre agli evidenti esempi di fallimento a livello nazionale, abbiamo Atersir a dimostrarci ogni giorno quanto sia difficile confrontarsi con colossi come le grandi Multiutility della nostra Regione.

    E qui veniamo al secondo motivo di contrarietà. In questo patto di sindacato, in questo modifiche dello statuto, non vedo passi avanti significativi nell’assetto della governance dell’azienda. Non possiamo continuare a lamentarci che di Hera non sappiamo nulla e poi continuare ad accettare questa assenza di governance nonostante i patti di sindacato ai quali abbiamo aderito sinora.

    Va dato atto al Comune, al Sindaco, alla giunta ed al Consiglio Comunale di avere ottenuto impegni sostanziali su una questione specifica che è lo smaltimento dei rifiuti oltre le quote stabilite previsto dallo sblocca italia, ma è evidente a tutti che non è efficiente un sistema che costringe a contrattare all’ultimo minuto, in una posizione di evidente squilibrio di forza, ogni singola questione.

    L’ultimo motivo di contrarietà è che l’accettazione di fatto della direzione di navigazione imposta dal governo, ovvero la vendita di parte dell’azionariato pubblico delle aziende pubbliche locali, da il via al dilapidamento progressivo di un importantissimo patrimonio produttivo (e sottolineo produttivo) pubblico in funzione di esigenze, legittime, di cassa degli enti locali. Vendere oggi per costruire un ponte o riqualificare una piazza, interventi certamente fondamentali per quella determinata comunità, significa nei fatti disperdere parte di un patrimonio costituito negli ultimi settant’anni (e forse più) ed impedire non solo operazioni future, dal mio punto di vista virtuose, come la ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico, ma anche un eventuale totale cambio di strategia di intervento dell’ente locale, che ovviamente necessita di risorse tali che una vendita parziale renderebbe impossibile. Perché è vero che si pensa alle generazioni future mantenendo il debito a livelli sostenibili, ma è anche vero che alle stesse generazioni future dobbiamo render conto di come abbiamo conservato il patrimonio pubblico di cui siamo momentanei custodi.

    E’ vero, ed è segnale positivo: l’amministrazione non ha già deciso di vendere le azioni. Ma è un segnale purtroppo che vale solo per oggi e domani. Non sappiamo cosa succederà dopopodomani: basti pensare alla spending review del governo Renzi che, a quanto scrive la stampa oggi, è alla ricerca di 4 miliardi (su 6 totali) per il 2016…