• Gli USA contro gli indigeni

    Con un comunicato stampa di poche righe dell’Ambasciata americana in Bolivia, gli USA hanno annunciato che si opporranno formalmente alla richiesta avanzata dal Presidente boliviano Evo Morales di stralciare la masticazione della foglia di coca dai divieti previsti dalle convenzioni ONU sulle droghe.

    “Gli Stati Uniti rispettano la cultura delle popolazioni indigene e riconoscono che la masticazione della coca è un’usanza tradizionale della cultura boliviana” – si legge nell’ipocrita comunicato dell’ambasciatore americano a Sucre – “e esprimono la volonta di lavorare con il governo boliviano per creare un quadro di rispetto di questa millenaria pratica” ma ritengono più importante “mantenere l’integrità della Convenzione del 1961, che rappresenta un importante mezzo nella lotta globale contro il narcotraffico”.

    Nei giorni scorsi numerosi stati avevano risposto negativamente alle pressioni americane perchè si opponessero all’emendamento Morales, che in assenza di opposizioni formali sarebbe stato accolto. Evidentemente il pressing degli Stati Uniti non ha avuto risultati, e così il Governo USA ha deciso di esporsi in prima persona contro un’emendamento che non fa altro che applicare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti degli indigeni, per la quale la masticazione della foglia di coca è protetta in quanto pratica culturale indigena.

    (post per il blog di fuoriluogo.it)

  • Cui prodest?

    Grazia Zuffa è tornata oggi sulla crociata contro il kdrink, la bevanda aromatizzata alla foglia di coca, per la rubrica settimanale di Fuoriluogo pubblicata dal Manifesto.

    “A chi giova?” Si chiedeva Giorgio Bignami in questa rubrica (28 luglio) a proposito della campagna politico-mediatica contro la Kdrink, la bevanda con estratti dalla foglia di coca. E’ una bella domanda la cui risposta non è semplice perché gli interessi (di bassa lega) sono più d’uno, parrebbe.Vale dunque la pena di approfondire questa brutta vicenda.  Cominciamo dal fatto che il linciaggio subito dalla Kdrink ha raggiunto un primo risultato: la distribuzione della bevanda è stata fermata a Roma e in diverse altre città e, com’era da aspettarsi, gli ordini dei clienti sono stati quasi tutti cancellati. Eppure la bevanda è del tutto legale, perché l’aromatizzazione con estratti di foglia di coca decocainizzata (privata degli alcaloidi della cocaina) è consentita dall’art.27 della Convenzione Unica delle Nazioni Unite e la procedura di analisi per verificare l’assenza di alcaloidi è concordata con lo International Narcotics Control Board (Incb), l’organismo che sovrintende l’applicazione delle convenzioni. Anche il Consiglio d’Europa riconosce l’estratto di foglia di coca come uno degli aromatizzanti ammessi. Di più, la Kdrink è il frutto di un accordo stipulato nel 2002 fra la ditta produttrice (la spagnola Royal Food &Drink)  e il governo del Perù per creare sbocchi commerciali legali ai contadini peruviani che producono foglia di coca. Dunque, è un (piccolo) progetto nell’ambito della riconversione dell’economia illegale legata alla cocaina, per favorire il decollo economico (legale) dei paesi dell’America Latina. Un tassello, quello dello sviluppo alternativo, che  fa parte delle politiche globali di contrasto alle narcomafie sostenute, a parole, da tutti gli stati, compresi i più guerrieri dei “guerrieri delle droghe” ( gli Stati Uniti sono il maggiore importatore di foglia di coca, al fine di estrarne aromatizzanti per bevande).

    Ciò nonostante, l’armata antidroga casereccia, capitanata da esponenti del Pdl, è partita  lancia in resta contro la bevanda “diseducativa”. Né potevano mancare gli squilli di tromba di Giovanardi (vedi ancora l’articolo di Bignami). Ciò che è più grave, e che vogliamo denunciare, è che gli apparati dello stato sembrano muoversi dietro l’input di questa più che discutibile campagna politica. Il 12 giugno 2010 la compagnia che imbottiglia la Kdrink riceve una lettera dai carabinieri del Nas di Padova, a firma del comandante Pietro Mercurio: dall’analisi della bevanda, effettuata dall’Istituto Superiore di Sanità, risulterebbero “tracce di cocaina”. Il fatto strano è che il prelievo dei campioni è stato effettuato il 1 dicembre 2008. Da allora nessuno ha avvertito i produttori e i distributori di alcuna irregolarità, tanto che la Kdrink è stata in circolazione per due anni. Perché i Nas informano il distributore diciotto mesi dopo il prelievo? Peraltro, tutti i test di routine effettuati in questi anni attestano che il contenuto della bevanda è perfettamente in regola.

    Ancora più strano è che a tutt’oggi il produttore non riesca ad avere dai Nas alcuna informazione circa le analisi dell’Iss (il tipo di analisi effettuata, la quantità di alcaloide trovata etc.). Insomma la Kdrink si trova nell’impossibilità di difendersi dalle accuse, mentre solerti rappresentanti delle forze dell’ordine in diverse città procedono a “sequestri cautelativi”(che ne dicono gli esponenti Pdl così solerti nell’invocare la parità fra accusa e difesa?).

    Per tornare al cui prodest di questa vicenda. Se la ride la Coca Cola? Forse sì, anche se la sproporzione fra questo colosso e la piccola Royal Food &Drink è enorme. Di certo non piange la Buton, che da tempo produce, senza alcun problema, il liquore Coca Buton e da poco anche il Coca Lime. Tutti rigorosamente aromatizzati con foglia di coca. Che la Buton abbia le spalle più larghe, tanto da far chiudere un occhio ai moralizzatori nostrani sui “messaggi diseducativi”?

    Più di tutto, sgomenta lo squallore della retorica antidroga. Per avere un po’ di visibilità mediatica, se ne fregano che la bevanda sia conforme a legalità (ma c’è legalità e legalità, ingenui che siamo!). Tanto meno si preoccupano (i moralizzatori) di danneggiare un piccolo progetto sorto a sostegno dei contadini peruviani. Né interessa che la Kdrink sia una bevanda analcolica, destinata ad un pubblico di giovani: anche l’allarme alcol è niente più che uno specchietto per il cittadino gonzo. Avanti così, onorevole La Qualunque.

    Da Fuoriluogo.it.

  • Il DPA contro la Coca Cola?

    Il Dipartimento antidroga scomoda il “sistema di allerta precoce” per investigare su alcune bevande aromatizzate con foglie di coca. E accusa: “consideriamo eticamente non accettabile e legalmente ai margini pubblicizzare delle bevande legandole al nome di sostanze stupefacenti”. A rischio la Coca Cola?

    Tuttavia, al di là dei risultati che si andranno ad ottenere, consideriamo eticamente non accettabile e legalmente ai margini pubblicizzare delle bevande legandole al nome di sostanze stupefacenti, quale la cocaina che tutti i giorni procura danni alla salute, morte e invalidità soprattutto tra i giovani.

    Questa la dichiarazione del Dipartimento italiota antidroga, relativa al diffondersi dell’allarme su alcune bevande alcoliche aromatizzate con foglie di coca, prodotte e distribuite in Italia.

    Kdrink e Cocalime sono infatti da alcune settimane all’attenzione del DPA di Serpelloni: “attraverso il sistema di allerta precoce – spiega il Dipartimento – stiamo investigando sul reale contenuto della bevanda, con specifiche indagini tossicologiche volte a identificare l’esistenza di eventuali principi attivi vietati dalla legge italiana.”

    Sull’utilizzo della foglia di coca peraltro da tempo il Governo Boliviano ha lanciato una campagna per la revisione delle convenzioni ONU sugli stupefacenti e per lo sviluppo di uno sbocco legale ad una produzione tradizionale dei contadini andini.

    Evidentemente una volta partita la crociata antidroga è difficile non vederla sbracare sulla repressione semantica: a quando il decreto per il cambio di nome della più nota bevanda prodotta ad Atlanta?

    (articolo per il blog di fuoriluogo.it)

  • Coca colla Coca

    Articolo per fuoriluogo.it

    Coca Colla. Dalla Bolivia un ritorno alle origini.

    Immagine 44Dalla Bolivia un ritorno alle origini per la più famosa bibita analcolica, la Coca Cola. Il Governo boliviano ha infatti annunciato sul finire del 2009 l’avvio di un progetto privato volto allo sfruttamento industriale della foglia di Coca, per farne una bibita. In estate Morales ha formalmente richiesto la revisione delle convenzioni ONU al fine di salvaguardare l’uso tradizionale della foglia di coca.

    Il viceministro boliviano dello Sviluppo Integrale e della Coca, Jeronimo Meneses (nella foto) ha annunciato che dal 2010 la Bolivia produrrà la “Coca Colla”, una bevanda a base di foglie di coca provenienti dache si coltivano nella provincia centrale di Cochabamba. Presentando alla stampa la prima bottiglia di “Coca Colla” (l’etichetta a sfondo rosso) Meneses ha dichiarato che il prodotto sara’ “presto in vendita”. La bevanda verra’ prodotta da privati a Cochabamba, dove si trovano le maggiori coltivazioni illegali di coca e farà parte del processo di industrializzazione della coltivazione della coca appoggiato dal governo boliviano.

    Evo Morales, che in passato e’ stato un coltivatore di coca, giusto quest’estate ha ufficialmente richiesto di cancellare dalla Convenzione Onu sulle droghe due commi che riguardano la masticazione della foglia di coca, ritenuta con orgoglio «una pratica ancestrale e millenaria dei poli indigeni andini che non può né deve essere proibita».

    In Bolivia sono gia’ in commercio diversi prodotti a base di foglie di coca, come te’, sciroppi, dentifrici, liquori, torte e caramelle. Morales ha annunciato pochi giorni fa una riforma legislativa che permettera’ un aumento della produzione legale di coca sino a 20mila ettari (attualmente è limitata a 12mila). Secondo un recente dossier dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine la Bolivia ha prodotto nel solo 2009 ben 54.000 tonnellate di coca.