• 15 anni fa a Genova

    15 anni fa faceva più o meno lo stesso caldo di oggi. Ero a Genova da qualche giorno con alcuni amici e tanti, tanti altri sconosciuti. Avevo qualche capello in più e qualche chilo in meno.

    Oggi rispetto ad allora ho ancora tanti dubbi ed una sola certezza in più: che quel movimento diceva le cose giuste e praticava le giuste modalità. Oggi che i nodi stanno venendo al pettine, dalle guerre alle migrazioni sino alla crisi senza fine del modello economico-finanziario, è sempre più chiaro. Ed è proprio perché quel movimento era nel giusto che è stato distrutto prima coi lacrimogeni, i manganelli e le pistole e poi vilipeso e diffamato.

    Siamo stati forse deboli noi a non saper reagire, facendoci disperdere – quasi volentieri – in tanti piccoli rivoli incapaci di influire sulla società nel suo complesso. Oggi quella generazione – che i fatti di oggi ci dimostrano non essere di folli sognatori ma di giovani con i piedi ben piantati per terra – ha la responsabilità di riprendere quel percorso e soprattutto quelle modalità. Che includevano prima che escludere e che mettevano l’ascoltare prima del parlare. Non è facile, ma lo dobbiamo a quelli che, nel frattempo, sono divenuti i nostri figli.

    Leonardo Fiorentini
    Consigliere comunale

  • Il manifesto di Genova

    manifesto-geSulle orme di Don Gallo, quattordici anni dopo l’ultima conferenza nazionale sulle droghe degna di memoria, associazioni, gruppi, operatori, movimenti, persone che usano sostanze e rappresentanti istituzionali impegnati nel contrasto degli effetti nocivi dell’abuso di droghe e della criminalizzazione si sono riuniti a Genova il 28 febbraio e il 1 marzo 2014, con il sostegno e il patrocinio del Comune e della Regione Liguria, per confrontare esperienze e delineare un’alternativa praticabile anche in Italia alle fallimentari politiche proibizioniste in via di superamento in molte parti del mondo.

    La Corte costituzionale ha proclamato che la legge Fini-Giovanardi è stato il frutto di un atto illegittimo che ha causato vittime, pene e sofferenze, umane e giuridiche, e che ha contribuito in massima parte al sovraffollamento penitenziario e alla costante violazione dei diritti umani all’interno delle carceri del nostro Paese. Un abuso di potere motivato e sostenuto ideologicamente da una direzione del Dipartimento anti-droga che ha impedito ogni discussione e ogni ripensamento critico delle scelte con essa compiute e ha tentato di soffocare ogni esperienza e ogni pratica alternativa. Per questo, oltre i suoi contenuti tecnico-giuridici, la sentenza della Consulta ha un valore simbolico immenso: ora anche in Italia è possibile riprendere il percorso per una legge più umana e più giusta che contrasti il traffico illecito di sostanze stupefacenti, ma sottragga le persone che usano sostanze alla macchina repressiva e offra loro possibilità di uso consapevole e, quando necessario, di sostegno sociale e sanitario.

    1. Con questo spirito e in questa direzione chiediamo innanzitutto al nuovo Governo misure legislative urgenti volte a sanare eventuali e probabili disparità di trattamento tra coloro che sono stati condannati sulla base della incostituzionale legge Fini-Giovanardi. In quella sede dovrà essere anche adeguato il reato di “lieve entità” alla rinnovata distinzione, nel trattamento sanzionatorio, tra cd. “droghe leggere” e cd. “droghe pesanti”, con conseguente ridefinizione dei relativi limiti di pena.

    2. Con altrettanta urgenza, chiediamo al Governo il superamento dell’attuale e fallimentare modello autocratico del Dipartimento anti-droga, da sostituirsi con una cabina di regia che veda coinvolti tutti gli enti e tutte le istituzioni, nazionali, regionali e locali, competenti per una nuova politica sulle droghe, ivi comprese le associazioni del privato-sociale e quelle rappresentative delle persone che usano sostanze, i cui saperi e le cui esperienze costituiscono risorse collettive che i policy makers e i servizi rivolti alle dipendenze devono riconoscere e valorizzare. Che si affidi una Delega politica con l’obiettivo di attuare con urgenza questo cambiamento.

    Nella prospettiva di un radicale mutamento delle politiche sulle droghe nel nostro Paese, a partire dal riconoscimento della soggettività delle persone che usano sostanze e dei loro diritti, proponiamo:

    1. La completa revisione delle previsioni sanzionatorie, penali e amministrative, stabilite dal Testo unico sulle sostanze stupefacenti. I consumatori devono essere liberati tanto dal rischio di criminalizzazione penale quanto dalla soggezione a un apparato sanzionatorio amministrativo stigmatizzante e invalidante.

    2. La prima modifica in questa direzione non può che essere la compiuta depenalizzazione del possesso e della cessione gratuita di piccoli quantitativi di sostanze destinati all’uso personale, anche di gruppo, e della coltivazione domestica di piante di marijuana agli stessi fini.

    3. Chiediamo quindi una compiuta regolamentazione legale della produzione e della circolazione dei derivati della cannabis e della libera coltivazione a uso personale.

    4. Nel quadro della definizione del patto per la salute, delle sue risorse e della sua governance, chiediamo il rilancio dei servizi per le dipendenze e di politiche di “riduzione del danno” finalizzate al benessere delle persone che usano sostanze e alla prevenzione dei rischi connessi all’abuso e alla clandestinità del consumo, a partire dall’analisi delle sostanze e dalla predisposizione di forme e luoghi della loro somministrazione controllata.

    5. In questo quadro, particolare attenzione dovrà essere dato alla dimensione della qualità della vita nelle città e all’offerta di servizi e di sostegno ai tossicodipendenti in stato di detenzione. Chiediamo quindi che la morsa del patto di stabilità interno, che sta strangolando gli enti locali, sia derogabile nel perseguimento di politiche finalizzate alla tutela dei diritti fondamentali della persona come sono quelle destinate a sostenere i percorsi sociali di inclusione delle persone che usano sostanze.

    Chiediamo quindi al Premier, che è già stato ospite della Comunità San Benedetto, di venire a Genova entro i prossimi 30 giorni per ascoltare i rappresentanti delle realtà Pubbliche e del Privato sociale e delle persone che usano sostanze. In queste due giornate è stato prodotto confronto, dibattito, e sono state individuate proposte programmatiche e pratiche in gradi di riallinearci alle politiche sui consumi di altri Paesi Europei e Internazionali. Vogliamo illustrarle direttamente al nuovo Presidente del Consiglio.

    I promotori delle due giornate di Genova organizzeranno , a partire dalla MANIFESTO DI GENOVA iniziative di confronto e proposta nei diversi territori del nostro Paese stimolando la modifica di Politiche locali e nazionali e si ritroveranno entro i prossimi 12 mesi per lanciare un nuovo momento Nazionale aperto alla politica e alla Società civile.

    GENOVA, il 01 Marzo 2014
    I partecipanti alle Giornate di Genova 2014
    “Sulle Orme di Don Gallo”

    Niente su di noi, senza di noi! (dalla Carta dei Diritti delle persone che usano sostanze Genova 2014)

    Info: http://genova2014.fuoriluogo.it/

  • Il manifesto di Genova

    Sulle orme di Don Gallo, quattordici anni dopo l’ultima conferenza nazionale sulle droghe degna di memoria, associazioni, gruppi, operatori, movimenti, persone che usano sostanze e rappresentanti istituzionali impegnati nel contrasto degli effetti nocivi dell’abuso di droghe e della criminalizzazione si sono riuniti a Genova il 28 febbraio e il 1 marzo 2014, con il sostegno e il patrocinio del Comune e della Regione Liguria, per confrontare esperienze e delineare un’alternativa praticabile anche in Italia alle fallimentari politiche proibizioniste in via di superamento in molte parti del mondo.

    La Corte costituzionale ha proclamato che la legge Fini-Giovanardi è stato il frutto di un atto illegittimo che ha causato vittime, pene e sofferenze, umane e giuridiche, e che ha contribuito in massima parte al sovraffollamento penitenziario e alla costante violazione dei diritti umani all’interno delle carceri del nostro Paese. Un abuso di potere motivato e sostenuto ideologicamente da una direzione del Dipartimento anti-droga che ha impedito ogni discussione e ogni ripensamento critico delle scelte con essa compiute e ha tentato di soffocare ogni esperienza e ogni pratica alternativa. Per questo, oltre i suoi contenuti tecnico-giuridici, la sentenza della Consulta ha un valore simbolico immenso: ora anche in Italia è possibile riprendere il percorso per una legge più umana e più giusta che contrasti il traffico illecito di sostanze stupefacenti, ma sottragga le persone che usano sostanze alla macchina repressiva e offra loro possibilità di uso consapevole e, quando necessario, di sostegno sociale e sanitario.

    1. Con questo spirito e in questa direzione chiediamo innanzitutto al nuovo Governo misure legislative urgenti volte a sanare eventuali e probabili disparità di trattamento tra coloro che sono stati condannati sulla base della incostituzionale legge Fini-Giovanardi. In quella sede dovrà essere anche adeguato il reato di “lieve entità” alla rinnovata distinzione, nel trattamento sanzionatorio, tra cd. “droghe leggere” e cd. “droghe pesanti”, con conseguente ridefinizione dei relativi limiti di pena.

    2. Con altrettanta urgenza, chiediamo al Governo il superamento dell’attuale e fallimentare modello autocratico del Dipartimento anti-droga, da sostituirsi con una cabina di regia che veda coinvolti tutti gli enti e tutte le istituzioni, nazionali, regionali e locali, competenti per una nuova politica sulle droghe, ivi comprese le associazioni del privato-sociale e quelle rappresentative delle persone che usano sostanze, i cui saperi e le cui esperienze costituiscono risorse collettive che i policy makers e i servizi rivolti alle dipendenze devono riconoscere e valorizzare. Che si affidi una Delega politica con l’obiettivo di attuare con urgenza questo cambiamento.

    Nella prospettiva di un radicale mutamento delle politiche sulle droghe nel nostro Paese, a partire dal riconoscimento della soggettività delle persone che usano sostanze e dei loro diritti, proponiamo:

    1. La completa revisione delle previsioni sanzionatorie, penali e amministrative, stabilite dal Testo unico sulle sostanze stupefacenti. I consumatori devono essere liberati tanto dal rischio di criminalizzazione penale quanto dalla soggezione a un apparato sanzionatorio amministrativo stigmatizzante e invalidante.

    2. La prima modifica in questa direzione non può che essere la compiuta depenalizzazione del possesso e della cessione gratuita di piccoli quantitativi di sostanze destinati all’uso personale, anche di gruppo, e della coltivazione domestica di piante di marijuana agli stessi fini.

    3. Chiediamo quindi una compiuta regolamentazione legale della produzione e della circolazione dei derivati della cannabis e della libera coltivazione a uso personale.

    4. Nel quadro della definizione del patto per la salute, delle sue risorse e della sua governance, chiediamo il rilancio dei servizi per le dipendenze e di politiche di “riduzione del danno” finalizzate al benessere delle persone che usano sostanze e alla prevenzione dei rischi connessi all’abuso e alla clandestinità del consumo, a partire dall’analisi delle sostanze e dalla predisposizione di forme e luoghi della loro somministrazione controllata.

    5. In questo quadro, particolare attenzione dovrà essere dato alla dimensione della qualità della vita nelle città e all’offerta di servizi e di sostegno ai tossicodipendenti in stato di detenzione. Chiediamo quindi che la morsa del patto di stabilità interno, che sta strangolando gli enti locali, sia derogabile nel perseguimento di politiche finalizzate alla tutela dei diritti fondamentali della persona come sono quelle destinate a sostenere i percorsi sociali di inclusione delle persone che usano sostanze.

    Chiediamo quindi al Premier, che è già stato ospite della Comunità San Benedetto, di venire a Genova entro i prossimi 30 giorni per ascoltare i rappresentanti delle realtà Pubbliche e del Privato sociale e delle persone che usano sostanze. In queste due giornate è stato prodotto confronto, dibattito, e sono state individuate proposte programmatiche e pratiche in gradi di riallinearci alle politiche sui consumi di altri Paesi Europei e Internazionali. Vogliamo illustrarle direttamente al nuovo Presidente del Consiglio.

    I promotori delle due giornate di Genova organizzeranno , a partire dalla MANIFESTO DI GENOVA iniziative di confronto e proposta nei diversi territori del nostro Paese stimolando la modifica di Politiche locali e nazionali e si ritroveranno entro i prossimi 12 mesi per lanciare un nuovo momento Nazionale aperto alla politica e alla Società civile.

    GENOVA, il 01 Marzo 2014
    I partecipanti alle Giornate di Genova 2014
    “Sulle Orme di Don Gallo”

    Niente su di noi, senza di noi! (dalla Carta dei Diritti delle persone che usano sostanze Genova 2014)

    Info: http://genova2014.fuoriluogo.it/

  • Piazza Alimonda, 20 luglio 2001, ore 17,25

  • Che sia chiaro. Due cose sul 15 ottobre

    Chi mi conosce o legge questo blog sa cosa penso di chi usa la violenza come forma di azione politica. Ma non voglio aprire qui la discussione, anche perchè fuorviante nel caso della manifestazione di Roma.

    Su quanto successo oggi (ieri) a Roma voglio solo dire due cose, spero abbastanza chiare:

    1. incendiare auto all’interno del percorso di un corteo come successo oggi, non è un atto di attacco al capitale, è semplicemente un atto di attacco al corteo. Dev’essere chiaro: è stato un attacco che prima ncora della credibilità della manifestazione ha messo a rischio le vite dei partecipanti e posto gli autori automaticamente al di fuori del movimento che si era riunito a Roma (come peraltro poi dimostrato anche dalle aggressioni ai manifestanti pacifici da parte degli incappucciati).
    2. 10 anni dopo il movimento non ha saputo imparare la lezione di Genova.
  • I traumi di Genova. Dieci anni dopo.

    Arci Ferrara, La Società della Ragione onlus e Comitato Testimoni di Genova, in collaborazione con MelBookStore e con il patrocinio del Comune di Ferrara vi invitano

    Mercoledì 28 settembre, alle ore 18 presso la sala dell’Oratorio dell libreria MELBOOKSTORE di Ferrara (Palazzo San Crispino, Piazza Trento e Trieste) alla

    Presentazione del libro di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto

    Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico
    Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali

    Insieme agli autori sarà presente Daniele Lugli, difensore Civico dell’Emilia Romagna.

    I diritti d’autore del libro sono devoluti al Comitato Verità e Giustizia per Genova.

    Il libro:
    Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico
    Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali
    Prefazione di Nando della Chiesa
    Liguori Editore
    Collana: Relazioni
    ed.: 2011
    ISBN: 978-88-207-5490-7
    pp.: 208

    Dieci anni sono ormai trascorsi dal G8 di Genova. Un evento che tuttavia resta impresso nell’immaginario. Difficile lasciare dietro di sé quei drammatici eventi, immortalati da una moltitudine di fotografie e video. Immagini di scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla violenza di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le sentenze. Che cosa resta di Genova, oggi? Gli autori, muovendosi per i sentieri di un senso di cittadinanza profondamente ferito e di un diffuso trauma psicopolitico, prendono le distanze da quel pensiero illusorio che si affida passivamente al tempo. Nella speranza che si faccia guaritore. Quasi che a far decantare l’afflizione, essa svanisca. E che l’indignazione covata dall’ingiustizia patita possa essere erosa dall’oblio. Sapendo però che tutto si può dire del passato, tranne che sia passato, gli autori analizzano scientificamente la natura della sofferenza, individuale e collettiva, prodottasi con il G8 di Genova. Interrogano le pratiche sociali della memoria, affrontano il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte di cittadini – con le reciproche barriere emozionali che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Offrendo infine un sapere al servizio della società, aiutandola a concretizzare rispetto e giustizia, per incamminarsi lungo le vie di una matura riconciliazione.

    I diritti d’autore del libro sono devoluti al Comitato Verità e Giustizia per Genova..

    Adriano Zamperini
    Adriano Zamperini è Professore di Psicologia sociale e di Relazioni interpersonali nei contesti organizzativi presso la Facoltà di Psicologia dell´Università di Padova. Fra le sue ultime pubblicazioni: Psicologia dell´inerzia e della solidarietà (2001), Psicologia sociale (2002) (con I. Testoni), Prigioni della mente (2004), L´indifferenza (2007).

    Marialuisa Menegatto
    Marialuisa Menegatto è psicologa clinica e di comunità, ricercatrice presso la Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace.

  • I traumi di Genova. Dieci anni dopo.

    Arci Ferrara, La Società della Ragione onlus e Comitato Testimoni di Genova, in collaborazione con MelBookStore e con il patrocinio del Comune di Ferrara vi invitano

    Mercoledì 28 settembre, alle ore 18 presso la sala dell’Oratorio dell libreria MELBOOKSTORE di Ferrara (Palazzo San Crispino, Piazza Trento e Trieste) alla

    Presentazione del libro di Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto

    Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico
    Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali

    Insieme agli autori sarà presente Daniele Lugli, difensore Civico dell’Emilia Romagna.

    I diritti d’autore del libro sono devoluti al Comitato Verità e Giustizia per Genova.

    Il libro:
    Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico
    Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione di relazioni sociali
    Prefazione di Nando della Chiesa
    Liguori Editore
    Collana: Relazioni
    ed.: 2011
    ISBN: 978-88-207-5490-7
    pp.: 208

    Dieci anni sono ormai trascorsi dal G8 di Genova. Un evento che tuttavia resta impresso nell’immaginario. Difficile lasciare dietro di sé quei drammatici eventi, immortalati da una moltitudine di fotografie e video. Immagini di scontri di piazza, con la morte di Carlo Giuliani, e di manifestanti picchiati a sangue nella scuola Diaz. Poi le notizie sulla violenza di Bolzaneto. Infine sono venuti i processi e le sentenze. Che cosa resta di Genova, oggi? Gli autori, muovendosi per i sentieri di un senso di cittadinanza profondamente ferito e di un diffuso trauma psicopolitico, prendono le distanze da quel pensiero illusorio che si affida passivamente al tempo. Nella speranza che si faccia guaritore. Quasi che a far decantare l’afflizione, essa svanisca. E che l’indignazione covata dall’ingiustizia patita possa essere erosa dall’oblio. Sapendo però che tutto si può dire del passato, tranne che sia passato, gli autori analizzano scientificamente la natura della sofferenza, individuale e collettiva, prodottasi con il G8 di Genova. Interrogano le pratiche sociali della memoria, affrontano il problema del vivere comune “offeso” – la frattura tra istituzioni dello Stato e parte di cittadini – con le reciproche barriere emozionali che continuano a frapporsi a livello interpersonale e intergruppi. Offrendo infine un sapere al servizio della società, aiutandola a concretizzare rispetto e giustizia, per incamminarsi lungo le vie di una matura riconciliazione.

    I diritti d’autore del libro sono devoluti al Comitato Verità e Giustizia per Genova..

    Adriano Zamperini
    Adriano Zamperini è Professore di Psicologia sociale e di Relazioni interpersonali nei contesti organizzativi presso la Facoltà di Psicologia dell´Università di Padova. Fra le sue ultime pubblicazioni: Psicologia dell´inerzia e della solidarietà (2001), Psicologia sociale (2002) (con I. Testoni), Prigioni della mente (2004), L´indifferenza (2007).

    Marialuisa Menegatto
    Marialuisa Menegatto è psicologa clinica e di comunità, ricercatrice presso la Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace.

  • Chi era il tipo con il megafono?

    Questo che segue è il racconto “a caldo” che inviai a Carta dopo la mattanza del 21 luglio di 10 anni fa a Genova. La domanda “Chi era il tipo con il megafono?” non ha avuto mai risposta, e mi appare oggi ingenua e stupida. Adesso posso tranquillamente affermare che si trattasse di qualcuno del servizio d’ordine che cercava di fare del suo meglio, in quel caos assoluto.

    Il complottismo di quelle ore pero’ era ampiamente giustificato dagli strani tipi in motorino del giorno prima, dai cassonetti riempiti di libri di fianco a Via Assarotti (via Palestro?), dalle fughe prima dai presunti black block, quindi dalla polizia, dal rumore delle pale degli elicotteri sopra piazzale Kennedy la sera del 20, dalla carneficina della Diaz la notte del 21, e da tutto quello che si è scoperto poi. A ripensare che ci era pure venuto in mente di restare a Genova la notte del 21 (“poi andiamo a dormire alla Diaz”), mi tornano i brividi, che mi passano solo al pensiero che abbiamo riportato tutti a casa incolumi.

    In quei giorni, questo è l’unico dato politico di cui sono certo, è stato distrutto e frammentato a suon di lacrimogeni e manganelli un grande movimento intergenerazionale e trasversale che solo 10 anni dopo (con i referendum di giugno) ha ricominciato a credere nella forza del lavorare insieme.

    Perchè nella forza delle nostre idee non abbiamo mai smesso di crederci.

    Vi mando questo resoconto che può essere utile alla ricostruzione dei fatti, ma anche alcune domande sulle quali lavorare: chi era quello sul cassonetto con il megafono? chi ha detto al corteo di muoversi?
    Davanti a noi c’era anche un pezzo di rifondazione. Giravano voci incontrollate su scontri dietro che ovviamente bastavano per impedirci di tornare indietro. Ero nello spezzone della rete di Lilliput, siamo stai fermati per molto tempo sul lungo mare per gli scontri di piazzale Kennedy. Il servizio d’ordine era lasciato alla buona volontà delle persone, ovviamente non era adeguato alla situazione. Il cordone è stato rotto in due poco prima di piazzale Kennedy da uno spezzone (Cobas mi pare) che ha rotto il gruppo della rete di Lilliput in due. Non si era ancora riusciti a compattare il gruppo, quando siamo passati nel punto caldo, l’incrocio di fronte il piazzale dove la manifestazione svoltava verso nord e c’era una persona, su alcuni cassonetti in mezzo alla strada che invitava a fare presto con un megafono. Apparentemente teneva d’occhio una laterale in cui c’erano degli scontri. Guarda caso nel momento in cui è passato lo spezzone della rete sono arrivati quattro o cinque black a cui è bastato buttare per terra tre cassonetti per giustificare il lancio di lacrimogeni (uno mi è caduto molto vicino) e subito dopo la carica. Il cordone della rete si è sfaldato praticamente all’arrivo dei black, quello dei Cobas che seguivano ha avuto un momento di cedimento nonostante qualcuno insieme a me tentasse di rinforzarlo. I lacrimogeni hanno fatto il resto. La persona sui cassonetti si è allontanata con una calma che mi ha stupito.
    Nota: utilizzare quei mezzi per fermare cinque persone è, se in buonafede, un atto come minimo di incompetenza ed incapacità. Lanciare lacrimogeni su una parte di corteo pacifica è un atto di puro terrorismo. Caricare uno spezzone pacifico è semplicemente un atto criminale. Tornando ai fatti, i quattro/cinque si sono ovviamente inseriti nello spezzone di corteo che era riuscito a passare, mentre guarda caso la polizia manganellava a sangue dietro. Tranquilli come in gita scolastica sono stati dentro al corteo finché non sono stati individuati ed allontanati dal corteo al grido di “fuori fuori” come in piazza Manin venerdì. Insomma, stessa dinamica, solo che questa volta erano in quattro o cinque. È pura coincidenza, è pura incompetenza, è malafede?
    Ciao
    Leonardo Fiorentini

  • Piazza Alimonda, 10 anni fa

  • Con quella faccia un po’ così

    Con quella faccia un po’ così
    quell’espressione un po’ così
    che abbiamo noi prima di andare a Genova
    che ben sicuri mai non siamo
    che quel posto dove andiamo
    non c’inghiotte e non torniamo più.

    Eppur parenti siamo un po’
    di quella gente che c’è lì
    che in fondo in fondo è come noi, selvatica,
    ma che paura ci fa quel mare scuro
    che si muove anche di notte e non sta fermo mai.

    Genova per noi
    che stiamo in fondo alla campagna
    e abbiamo il sole in piazza rare volte
    e il resto è pioggia che ci bagna.
    Genova, dicevo, è un’idea come un’altra.
    Ah, la la la la la la

    Ma quella faccia un po’ così
    quell’espressione un po’ così
    che abbiamo noi mentre guardiamo Genova
    ed ogni volta l’annusiamo
    e circospetti ci muoviamo
    un po’ randagi ci sentiamo noi.

    Macaia, scimmia di luce e di follia,
    foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia…
    e intanto, nell’ombra dei loro armadi
    tengono lini e vecchie lavande
    lasciaci tornare ai nostri temporali
    Genova ha i giorni tutti uguali.

    In un’immobile campagna
    con la pioggia che ci bagna
    e i gamberoni rossi sono un sogno
    e il sole è un lampo giallo al parabrise…

    Con quella faccia un po’ così
    quell’espressione un po’ così
    che abbiamo noi che abbiamo visto Genova
    che ben sicuri mai non siamo
    che quel posto dove andiamo
    non c’inghiotte e non torniamo più.

  • Genova chiama… dieci anni dopo!

    Segnalo questa iniziativa al Centro Sociale di Via Resistenza a Ferrara:

    GENOVA CHIAMA…DIECI ANNI DOPO!

    ore 18.30 aperitivo resistente

    ore 20.00 incontro con Giuliano Giuliani e
    proiezione del filmato “La Trappola”

    ore 22.00 Alessio Lega in concerto

    Durante il G8 di Genova, incontro degli 8 paesi più industrializzati, si formò un grande movimento di donne e di uomini che si opponevano ad una gestione esclusivamente legata al profitto delle multinazionali proponendo una visione che mettesse al centro della discussione i bisogni primari e le esigenze dell’umanità. Come denunciato da Amnesty International in quel giorno ci fu in Italia la più grande sospensione dei diritti civili e del libero pensiero. Centinaia furono le violenze di piazza praticate dalle “forze dell’ordine” nei confronti di manifestanti inermi, che ebbero il culmine nell’assassinio di Carlo Giuliani; ad esse vanno aggiunti i soprusi del carcere di Bolzaneto e le menzogne che portarono alla “macelleria messicana” della scuola Diaz.
    Se in Italia ci fosse il reato di tortura a Genova sarebbe stato applicato.
    A dieci anni di distanza tanti sono ancora i buchi neri attorno al G8 genovese: l’archiviazione del processo per l’omicidio di Carlo; la condanna di 25 manifestanti a pene dai 10 ai 16 anni per devastazione e saccheggio e la contemporanea quasi totale impunità delle forze dell’ordine per i pestaggi in piazza; la chiara volontà politica di evitare la ricostruzione della catena di comando che guidò ed organizzò la repressione.
    Quest’anno Genova tornerà a riempirsi delle persone e dei contenuti che la animarono dieci anni fa: mostre, film, incontri, dibattiti, concerti saranno l’occasione per tornare a riflettere su tutte queste tematiche, attualizzandone i contenuti e le prospettive.
    Per tutto questo anche quest’anno noi torneremo a Genova…

    …tante sono le cose che segnano una vita,
    e tante vite sognano qualcosa che verrà…

    Il ricavato della serata verrà devoluto al Comitato Piazza Carlo Giuliani
    in vista delle iniziative legate al decennale

  • ma la droga, quella proprio no

    “Sì, che frequentasse dei ragazzi si sapeva, ma la droga, quella proprio no”. Terminata la messa, i fedeli commentano l’arresto. Ad ascoltare le voci dei parrocchiani, emerge l’altra faccia di don Riccardo, quella che gli era valsa il soprannome “il prete della notte”. Nel quartiere molti raccontano delle sue serate in alcuni locali di via Sampierdarena.

    I fedeli commentano così l’arresto del parroco di Genova accusato di pedofilia. (via piste)

  • La crisi, o la speranza

    Ho aderito all’appello qui sotto perchè sono davvero convinto che Genova nel 2001 sia stato un momento di svolta per la vita di molti, e soprattutto sia stata una frattura insanabile nei rapporti fra la mia generazione e lo “Stato”. Ma non solo. Il sangue di Genova, e tutto quello che ne è seguito, ha permesso di incrinare, distruggere in molti casi, un movimento che era riuscito a catalizzare l’impegno, le idee e le passioni di una ampissima parte della società, inimmaginabile solo 5 anni prima. Dai Centri Sociali antagonisti, alla FIOM, alla Rete Lilliput, agli scout, si era riusciti a trovare un linguaggio comune (con tutti i distinguo del caso) ma soprattutto obiettivi e modalità condivise: era un movimento nonviolento per un mondo diverso e possibile.
    Sino al sangue di Genova.

    LA CRISI O LA SPERANZA

    Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
    Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
    Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
    Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
    La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
    Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti.
    Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
    E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
    Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
    Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
    Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
    Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.

    LORO LA CRISI. NOI LA SPERANZA.

    Invitiamo pertanto tutte/i coloro che sono interessate/i a condividere questo percorso ad un primo incontro che si terrà il 9 ottobre prossimo a Genova alle ore 15 presso il Circolo Autorità Portuale e Società del Porto di Genova in via Albertazzi 3r (zona Terminal Traghetti/Caserma Vigili del Fuoco).

    7 settembre 2010

    Per aderire potete inviare una mail all’indirizzo versogenovaluglio2011@gmail.com

    Primi firmatari
    Vittorio Agnoletto, Andrea Bagni, Monica Baracchini, Enrica Bartesaghi, Ugo Beiso, Norma Bertullacelli, Graziella Bevilacqua, Angela Brancati, Antonio Bruno, Laura Brusasco, Anna Bucca, Giacomo Casarino, Giovanna Caviglione, Angelo Chiaramonte, Paola Cirio, Giuseppe Coscione, Riccardo Cosmelli, Matteo Cresti, Massimo Dalla Giovanna, Maria De Barbieri, Lucia Deleo, Andrea De Lotto, Giuseppe De Marzo, Manlio Di Lorenzo, Miriam Formisano, Graziella Gaggero, Haidi Gaggio Giuliani, Maurizio Galeazzo, don Andrea Gallo, Angelo Gandolfi, Davide Ghiglione, Roberto Giannini, Giuliano Giuliani, Giuseppe Gonella, Santo Grammatico, Angelo Guarnieri, Carlo Gubitosa, Simohamed Kaabour, Fernanda La Camera, Mirella La Magna, Rita Lavaggi, Marcella Lelli, Philippe Lemoussu, Elena Lozzi, Aurelio Macciò, Edoardo Magnone, Roberto Mapelli, Annalisa Marinelli, Emanuela Massa, Walter Massa, Aleksandra Matikj, Roberta Mongiardini, Gianni Morando, Mariangela Mozzone, Giorgio Pagano, Bice Parodi, Paolo Palazzo, Martina Pignataro, Gianluca Reali, Cristiana Ricci, Stefania Ricci, Giorgio Riolo, Caterina Roseo, Dario Rossi, Gianni Russotto, Raffaele K. Salinari, Sonia Sander, Stefano Scagni, Rosanna Sirtori, Gabriele Taddeo, Sergio Tedeschi, Gianluca Trovati, Roberta Trucco, Nicola Vallinoto, Loris Viari, Matteo Viviano, Alberto Zoratti, Franco Zunino

  • Sono stanco di provare ribrezzo per questo paese

    117. Sono le pagine del file pdf (preso da Repubblica, ma scaricabile anche da qui, non si sa mai: sentenza_diaz.pdf) con le motivazioni della sentenza depositata ieri dalla Corte d’Appello di Genova, presieduta da Salvatore Sinagra.

    Ribaltando la sentenza di primo grado, i giudici avevano condannato il 18 maggio scorso 25 imputati, tra i quali il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 anni), Giovanni Luperi (4 anni), Spartaco Mortola (3 anni e 8 mesi) Gilberto Caldarozzi (3 anni e 8 mesi).

    Leggerle da una sensazione strana: di ribrezzo prima, di rabbia poi. A volte anche di soddisfazione per le conferme, che dopo anni arrivano. Soddisfazione che svanisce una volta che tornano alla mente i ricordi: il dolore e la paura di quei giorni, le cariche, le fughe, la morte di Carlo Giuliani.

    Poi repubblica ci ricorda chi sono ora due dei poliziotti condannati, e per cosa sono stati condannati:

    Luperi e Gratteri, dirigente il primo dell’intelligence e il secondo dell’antiterrorismo, due dei più importanti poliziotti italiani: “preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola”

    Ed eccola, quella sensazione di ribrezzo che torna ad assalirmi.

    Ribrezzo per il mio paese. Ribrezzo per i suoi cittadini – me compreso – che consentono queste e tante altre cose ancora.

    Ribrezzo per le foto della festa di compleanno di Rotondi, per un Governo che non ha il coraggio di presentarsi a Bologna il 2 agosto, per Bossi e per il figlio di Bossi,

    Non so voi, ma io sono stanco di provare ribrezzo per questo paese (e non voglio provare ribrezzo per il figlio del figlio di Bossi).

  • 20 luglio 2001

  • E chi l’ha mai messo in dubbio?

    Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell’Interno”

    Questo è il commento di oggi del sottosegretario agli Interni Mantovano.

    Giusto per coloro che sono ancora alla ricerca dei mandanti politici delle violenze di Genova…

  • Solidarietà a Checchino (e a Sansonetti)

    Checchino Antonini è stato condannato (insieme al suo ex Direttore Piero Sansonetti) per diffamazione per un articolo su De Gennaro e i suoi voti ad alcuni funzionari coinvolti nelle violenze del g8. Sta girando quest’appello, a cui ho aderito da testimone di genova e consigliere di circoscrizione.

    Checchino si è occupato, per primo, anche del Caso Aldrovandi. Ed è curiosamente proprio di questi giorni l’inconsueto intervento del Procuratore Capo di Ferrara che ha definito – intervenendo al processo bis sulle deviazioni delle indagini sulla morte di Federico – fogna mediatica l’attenzione dell’informazione libera sul caso del giovane ferrarese morto durante un controllo di Polizia. E’ bene chiarire, per chi passasse di qui per caso, che è forse solo grazie a quella “fogna mediatica” che siamo riusciti a capire meglio come è morto il povero Federico. Per fortuna oggi qualcuno se le è presa.

    C’è chi dice che in questi anni si stia mettendo in serio dubbio il diritto a fare informazione ed essere informati. Sentenze come quella di Roma non aiutano certo a fugare le preoccupazioni per lo stato dell’informazione in un paese che secondo Reporters Sans Frontiers occupa il 49esimo posto della classifica mondiale della libertà di stampa. Per chiarirci meglio il prossimo anno l’Italia lotterà con Romania, Cipro (Nord), Mldive, Mauritius, Paraguay, Panama, Nuova Guinea, Burkina Faso, Haiti per restare fra i primi 50 stati.

    L’ho fatta un po’ troppo lunga: ecco l’appello, aderite anche voi.

    Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando l’allora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quell’anno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001.

    Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà professionale.
    La solidarietà con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità e giustizia in quello che il familiare di una vittima della strage di Brescia chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà fondamentali sono state lì violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti e da tutte noi.

    Per adesioni liberalacronaca@gmail.com

  • Giustizia, divina

    Ogni tanto ci son notizie che riconciliano con la vita. Forse questa non è proprio fra quelle, però da quel “Prete ubriaco si mette a bestemmiare” del carlino di ormai un decennio fa, è una di quelle che due risate di divertita soddisfazione le provoca…

    Crocifisso: leghista fa volantinaggio ma litiga e bestemmia
    Genova, movimentata campagna per la raccolta di firme

    GENOVA- Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si é fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente. E’ accaduto nella centrale Piazza De Ferrari, dove la Lega Nord ha allestito un gazebo per raccogliere firme per mantenere i crocifissi nelle scuole.

    Verso le 11.20, un attivista del partito che distribuiva volantini ha iniziato a discutere animatamente con un passante che la pensava diversamente. In pochi secondi si è passati agli insulti e l’attivista, un uomo sui cinquant’anni, ha dato uno spintone all’altro, un uomo sui 60 anni. Sono intervenuti alcuni attivisti che hanno cercato di dividere i contendenti ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l’uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l’altro gli aveva detto di “andare a lavorare”.

    L’episodio ha seguito un altro concitato scambio di opinioni in piazza stamani tra il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, e alcuni attivisti della Lega Nord, tra cui il segretario provinciale Edoardo Rixi, impegnati anche loro a distribuire crocifissi e a raccogliere firme a favore della loro presenza nelle scuole.

    All’esterno di un gazebo era appeso un cartello con scritto che la Vincenzi è “molto legata alla comunita’ islamica” e l’accusa di “non curarsi del suo popolo, ma dei nomadi e dei clandestini”. Passando per la piazza il sindaco lo ha visto, si é diretta decisa verso il gazebo e ha detto: “fate le petizioni che volete, ma non dite falsita’”.

    Ne’ e’ nata una discussione molto animata con Rixi e alcune persone che si erano fermate a firmare e che l’hanno a loro volta accusata di “dare le case agli immigrati che rubano e di combattere contro il crocifisso”. “Mettere poveri contro poveri è la cosa peggiore che si possa fare” ha replicato il primo cittadino, che sul crocifisso ha aggiunto: “io mi batto a favore della laicità dello Stato, ma non ho mai fatto battaglie ‘contro’ il crocifisso”. Mentre era in corso la discussione sono arrivati anche una ventina di attivisti dei centri sociali che hanno intonato cori contro la Lega. E’ intervenuta la polizia, che si è frapposta tra gli attivisti e il gazebo per evitare incidenti. Nel frattempo, il sindaco Vincenzi ha lasciato la piazza

  • 8 anni fa

  • Un simbolo del disfacimento sociale e politico di questo paese

    Di Pietro balla con Aida Yespica

    Di Pietro balla con Aida Yespica

    «si può pensare a una commissione di inchiesta parlamentare che accerti le responsabilità politiche» dell’irruzione nell’istituto del capoluogo genovese durante il G8 del 2001. Questa la proposta lanciata dal leader Idv Antonio Di Pietro all’indomani della decisione dei giudici genovesi.

    Dal Corsera.

    Il fatto che quest’uomo possa essere considerato un leader politico, ritengo che sia una delle prove lampanti del disfacimento politico e sociale del nostro paese.

    Che quest’uomo poi possa solo proferire verbo oggi su Genova e sulla commissione d’inchiesta che lui ha impedito nella scorsa legislatura lo trovo semplicemente offensivo.

    Preferisco addirittura stare a sentire quel che ha da dire Manganelli.

    Commenti sulla sentenza su altri blog (via blogbabel).