• Coca, cannabis e PM10

    Giorgio Bignami commenta sul blog di Fuoriluogo.it la ricerca dell’Istituto Inquinamento Atmosferico del CNR sulle concentrazioni di sostanze psicotrope nell’aria di molte città italiane.

    Almeno Ferrara è stata risparmiata da questa inutile perdita di tempo e di pubblici denari, nella speranza che l’ARPA locale abbia investito in ben altri controlli il suo tempo e le sue risorse…

    Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Inquinamento Atmosferico del CNR, affiancato da due gruppi universitari e da una compatta falange di Agenzie regionali e provinciali per l’ambiente, ha compiuto nel 2009 una vasta e sofisticata indagine sulle concentrazioni di cocaina e di tre principi attivi della cannabis nell’aria di varie città italiane e di varie zone extraurbane (A. Cecinato et al., Illicit psychotropic substance contents in the air of Italy, “Atmospheric Environment” vol. 44, p. 2358-2353, 2010). Repubblica ha parlato in toni positivi di questa ricerca e in toni allarmistici dei suoi risultati, sia sulle pagine nazionali (16 giugno, p. 20) sia con maggior spazio e risalto sulle pagine locali come quelle emiliane. Ma a guardarli bene, la ricerca e i suoi risultati suscitano non poche perplessità, soprattutto (ma non soltanto) per la notevole sproporzione tra la loro ovvietà e le risorse impegnate. Infatti la Milano invernale, come ci si poteva attendere, batte di due o più lunghezze le altre città e le campagne, con 0,39 nanogrammi di coca per metro cubo – anche per un non consumatore, presumibilmente, una concentrazione paragonabile a una puntura di spillo a fronte delle cannonate degli inquinanti “convenzionali”.

    Cioè i dati non aggiungono un gran che a quanto già si sa sulla diffusione della droga, sulla quale si moltiplicano anche nei media i sempre più dettagliati rendiconti (v. per esempio i due maxi-servizi sulla coca a Milano di Sette del Corriere della Sera, 8 aprile e 10 giugno). Insomma, proprio mentre imperversa il più feroce razionamento di risorse per la ricerca, si preferisce impegnarle in studi destinati a fornire risultati che in gergo scientifico si definiscono “futili” – in quanto di rilevanza scarsa o nulla, anche se formalmente affidabili – piuttosto che in studi come quelli dei quali si sente più fortemente la mancanza in un campo come quello delle tossicodipendenze: sugli stili di consumo, sui rapporti tra consumi a rischio e non a rischio, sulle credenze vere e meno vere dei consumatori, sui continui cambiamenti dei setting, ecc.

    Quegli studi, appunto, che rischierebbero di essere di intralcio al  proibizionismo talebano oggi dominante.

  • I puntini sulle i…

    Ogni tanto è meglio ricordare certe cose, non si sa mai.

    Dalla Stampa in risposta alla polemica sul biologico:

    Quella del biologico in Italia è una «success story» che parte dallo yogurt. O meglio è da lì che la gente se ne accorge, che il termine le entra nella testa e comincia a cercarlo al supermercato. I vasetti in vetro della Fattoria Scaldasole, made in Brianza, con l’aura di sano&genuino conquistano i consumatori della Lombardia, poi sconfinano e attirano l’attenzione del mercato. Diventano un modello di business, di marketing e soprattutto di agricoltura vincente non convenzionale.

    «Quando ho iniziato, l’Italia era all’ultimo posto nel biologico in Europa; dopo Scaldasole sono partite 60 mila aziende e l’Italia è passata al primo posto». Marco Roveda ripercorre l’«epica» del bio con giusto orgoglio. Lui e la moglie sono i «fattori» della Scaldasole, quelli che hanno creduto nel biologico in tempi zero eco-sensibili e hanno fatto il botto. «La scommessa mi è valsa il premio imprenditore dell’anno per la qualità della vita». Era il ’97 e un anno dopo Roveda aveva già bisogno di un’altra sfida. Vendeva il suo gioiello a Plasmon e fondava Life Gate: «Piattaforma per il mondo eco-culturale». La notizia che viene da Londra non lo lascia indifferente. «Non sono i dati a infastidirmi, ma che si fa confusione. Nessuno ha mai detto che un pomodoro bio ha proprietà nutritive migliori o rende più intelligenti. Se scegli quello, non mangi pesticidi e residui chimici».

    Stessi anni, poco più in là nella campagna lombarda (rive del Ticino), Giulia Maria Crespi sperimentava, dopo un cancro, i benefici di una sana alimentazione. Scopriva l’agricoltura biodinamica e smosse mari e monti per trasformare i terreni di famiglia. Da convenzionali a biodinamici. Da lì veniva anche il latte per lo yogurt Scaldasole. Oggi quei terreni – Cascine Orsine – sono famosi per il riso. Se ne occupa il figlio Aldo Paravicini Crespi e ha qualcosa da dire agli inglesi. «Tecnicamente hanno ragione. Ma i parametri non sono significativi. Non sono le proprietà nutritive a fare la differenza, ma quelle organolettiche. Il sapore, il colore, la consistenza, il profumo. E la digeribilità e la natura degli acidi. Dovrebbero studiare gli effetti a lungo termine sulla salute».

    Perché il valore aggiunto del bio sul convenzionale sembra non tanto il bene che fa, ma il male che «non» fa. «I nostri prodotti offrono maggiori garanzie per quanto riguarda i livelli di residui di nitrati, pesticidi, additivi. E non inquinano». Benefici sociali, difficilmente quantificabili ma apprezzati dai consumatori che nell’epoca dei risi precotti fanno impennare le vendite del best-seller delle Cascine Orsine, il Rosa Marchetti: un’ora di cottura.

    Dalla produzione alla distribuzione, ancora Lombardia, altro imprenditore bio. Angelo Naj Oleari, un nome che fa subito Anni 80. Vive col «bio», ma anche con il cellulare, così lo disturbiamo in Brasile. E’ lì perché il presidente Lula lo ha presentato come uno dei pionieri del biologico. «Ho iniziato nel ’75, sono 35 anni – dice, e si arrabbia a sentire i dati da Londra -. L’agricoltura convenzionale è governativa, l’Inghilterra è in crisi e il bio va benissimo. Hanno appena aperto un negozio di 1000 metri a Kensington e c’è la fila».

    Naj aveva ereditato un’azienda di 1000 dipendenti, ma «ero botanico, artista e anarchico, le avevo tutte per non fare l’industriale». Si dedica alle piante e nel ’75 crea il Centro Botanico con Milly Moratti. Oggi hanno tre negozi a Milano e, quando il direttore della Banca Popolare lo vede entrare, si illumina. «Mi dice che ci sono due aziende che non si lamentano, una è la nostra, l’altra fa slot machines».