• A Ferrara altri “casi Aldrovandi”?

    A Ferrara ci sono stati altri casi simili a quello che ha portato all’uccisione dei Federico Aldrovandi? E’ questa la domanda che pone Leonardo Fiorentini, consigliere comunale eletto come indipendente nelle liste di SEL, al Sindaco di Ferrara in una interpellanza depositata ieri in Comune a Ferrara.

    Il consigliere partendo dalle parole di un funzionario della Questura estense che avrebbe affermato, durante la presentazione di un suo libro sul caso di Federico Aldrovandi, come riportato da Estense.com che “anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”.

    “Si tratta di affermazioni molto gravi – commenta Fiorentini – che pongono ulteriori ombre sulla gestione dell’ordine pubblico nella nostra città”. Per questo il consigliere ha interpellato il Sindaco, chiedendo se sia sua intenzione accertare, in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, la veridicità o meno delle dichiarazioni del funzionario di polizia.

    “Questa città non ha certamente bisogno che si alzino altri polveroni mediatici – continua Fiorentini – ha bisogno di due semplici cose: verità e giustizia. La giustizia è arrivata a singhiozzo, anche a causa dei depistaggi accertati dalla magistratura, mentre la verità sembra venir fuori col contagocce, a seconda della convenienza del momento. Va fatta immediatamente chiarezza perchè ne va della fiducia dei cittadini verso le forze dell’ordine e dello Stato”.

    Vai all’interpellanza.

    La risposta del Sindaco.

  • Omicidio Aldrovandi, l’ispettore: “A Ferrara altre situazioni molto dubbie”

    Omicidio Aldrovandi, l’ispettore: “A Ferrara altre situazioni molto dubbie”
    Alessandro Chiarelli durante la presentazione del suo libro “Il caso Aldrovandi 2005-2015” ha dichiarato che l’omicidio del 2005 non è un episodio isolato. Il consigliere comunale di Sel Leonardo Fiorentini ha depositato un’interrogazione

    Articolo di Marco Zavagli per il Fatto Quotidiano 20 marzo 2015

    A Ferrara ci sono stati altri casi simili a quello di Federico Aldrovandi finiti nel dimenticatoio. Lo ha affermato pubblicamente un ispettore della questura di Ferrara, Alessandro Chiarelli. Il responsabile dell’ufficio minori e segretario provinciale del Siap (Sindacato italiano appartenenti alla Polizia) ha infatti presentato il suo libro “Il caso Aldrovandi 2005-2015”, un saggio-inchiesta che nelle intenzioni dell’autore analizza i fattori concomitanti alla tragedia avvenuta in via Ippodromo dieci anni fa: il gap tecnologico-addestrativo della Polizia di Stato italiana, l’abuso delle droghe nei giovani e l’illusione di controllarle, l’inerzia dei vertici ministeriali.

    Di fronte all’uditorio l’ispettore non ha fatto sconti sulla gestione della vicenda Aldrovandi nei mesi immediatamente successivi all’omicidio colposo: “Era sbagliato già il mattinale nel quale nemmeno si parlava dello scontro, un tentativo riduzionista per risolvere la situazione come se ne sono visti tanti nel corso dei decenni in Italia”. Per poi aggiungere: “Anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”. Una frase passata quasi sottotraccia in mezzo a stralci di sentenze, brani del libro, domande e risposte che hanno fatto da corollario al dibattito, ma che è chiara nel suo significato: un funzionario della questura e sindacalista della Polizia di Stato ha affermato di essere al corrente di altri casi dubbi simili all’omicidio colposo di Federico avvenuti in passato a Ferrara e che la loro gestione è stata fatta in maniera lacunosa.
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    Al termine dell’incontro, il consigliere comunale Leonardo Fiorentini (Sinistra ecologia e libertà) ha depositato un’interrogazione. Nel testo si chiede al sindaco, “quale rappresentante dei cittadini” che “siede all’interno del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica” di attivarsi per avere “formali chiarimenti dalle autorità di pubblica sicurezza della nostra, nella sede appropriata”, per “l’eventuale promozione delle attività di indagine necessarie a fare chiarezza nei confronti della città sulle vicende evocate dal funzionario di polizia”. “Tale affermazione – considera il consigliere -, se confermata nella sua veridicità, pone ulteriori gravissime ombre sulla gestione dell’ordine pubblico nella nostra città, che ha già visto incrinarsi la fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze dell’ordine a seguito dell’uccisione del diciottenne Federico Aldrovandi, avvenuta nel settembre 2005, e delle successive mistificazioni mediatiche e attività di depistaggio di cui si è occupata la magistratura”.

  • Altri casi Aldrovandi prima di Federico?

    Altri casi Aldrovandi prima di Federico?
    Interpellanza di Fiorentini (Sel) sulle parole dell’ispettore della questura

    Da Estense.com

    Il caso Aldrovandi ha avuto dei precedenti proprio a Ferrara? Dopo le dichiarazioni dell’ispettore Alessandro Chiarelli pubblicate da Estense.com, il consigliere comunale di Sel Leonardo Fiorentini scrive al sindaco affinché chieda, “quale rappresentante dei cittadini, siede all’interno del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica”, alle autorità competenti “chiarimenti formali rispetto a tali affermazioni e l’eventuale promozione delle attività di indagine necessarie a fare chiarezza nei confronti della città sulle vicende evocate dal funzionario di polizia”.

    Il caso nasce da una frase detta da Chiarelli, responsabile dell’ufficio minori e segretario provinciale del Siap (Sindacato italiano appartenenti alla Polizia), nel corso della presentazione del suo libro “Il caso Aldrovandi 2005-2015”.

    Nel corso del dibattito in sala Agnelli, biblioteca Ariostea, l’autore riflette in maniera molto critica sul comportamento della questura nelle ore immediatamente successive alla morte di Federico: “era sbagliato già il mattinale nel quale nemmeno si parlava dello scontro, un tentativo riduzionista per risolvere la situazione come se ne sono visti tanti nel corso dei decenni in Italia. Anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”.

    Proprio su quest’ultima frase si incentra l’interpellanza di Fiorentini, secondo il quale “tale affermazione, se confermata nella sua veridicità, pone ulteriori gravissime ombre sulla gestione dell’ordine pubblico nella nostra città, che ha già visto incrinarsi la fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze dell’ordine a seguito dell’uccisione del diciottenne Federico Aldrovandi, avvenuta nel settembre 2005, e delle successive mistificazioni mediatiche e attività di depistaggio di cui si è occupata la magistratura”.

  • Mastichiamo amaro

    Rispettiamo la sentenza del tribunale.
    Prendiamo atto della condanna per sola omissione di soccorso, ma mastichiamo amaro.
    Non volevamo contentini: sappiamo che nostro padre poteva essere salvato.
    Lo ha dimostrato il processo. Sappiamo anche che i consulenti del PM si sono brutalmente smentiti sulle cause di morte di nostro padre.
    Il tribunale non ha potuto disporre la perizia perchè il PM ha ostinatamente negato la modifica del capo di  imputazione.
    Ha vinto lui, ma secondo noi non dovrebbe esserne fiero.
    Ci dispiace per nostro papà.

    I Figli di Aldo Bianzino.

    La procura di Perugia non ha voluto indagare veramente sulla morte di Aldo Bianzino, non chiedendo la modifica del capo di imputazione e così impedendo ogni altra possibile perizia sulle cause della morte del falegname perugino.

    E anche noi mastichiamo amaro.

    (via fuoriluogo.it)

  • Come è morto Aldo Bianzino?

    Domani sapremo se si riuscirà a far luce sulla morte di Aldo Bianzino.
    Ovvero, la strada per la verità è nelle mani di un PM.
    Ma il PM vuole la verità?

    Qui sopra il servizio di Umbria 24, qui invece trovate l’articolo di Checchino Antonini sull’udienza di ieri.

  • 10 anni di Rototom Sunsplash

    L’archivio video del Rototom ha ora un proprio sito web che mette a disposizione registrazione live, filmati, documentari, dibattiti e interviste di questi 10 anni di vita del più importante festival Reggae d’Europa. Online gratuitamente anche ‘Exodus – Finding Shelter’, il documentario che tratta dei motivi che hanno costretto il Rototom Sunsplash a lasciare l’Italia e ad approdare in Spagna.

    Vi ricordo che Fuoriluogo ha lanciato un appello per la mobilitazione in occasione del processo a Filippo Giunta, responsabile del Rototom Sunsplash Festival, per l’accusa di “agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti”. Il 31 maggio tutti a Tolmezzo: non serve essere amanti del Reggae per amare la libertà!

    (via fuoriluogo.it)

    Qui sotto, a puro titolo di esempio, l’intero stage 2011 degli Africa Unite:

     

  • Cosa non ci piace dell’ordinanza sul mercoledi’ in piazza

    Sgombriamo subito il campo dalle incomprensioni: ai vigili urbani oggetto dell’aggressione di qualche mercoledì fa va ovviamente la nostra solidarietà, come va al ragazzo che circa 15 anni fa venne sfiorato da un bicchiere (episodio che provocò la prima ordinanza sul divieto del vetro in piazza). E ancora: siamo favorevole alla regolamentazione legale del consumo di tutte le sostanze, figuriamoci se non lo siamo per l’alcol, che ogni anno provoca nel nostro paese più di 30.000 morti.

    Per questo avremmo sostenuto l’ordinanza se questa si fosse limitata a proibire le “offerte speciali” sugli alcolici, che spingono spesso i giovani ad un modello di consumo che non è nella tradizione italiana dell’uso dell’alcol, e ancor meno favoriscono il consumo responsabile. Troviamo però che tutto il resto del testo ordinanziale denoti una mai sopita tendenza alla proibizione e alla repressione di quello che, può piacere o meno, è un fenomeno sociale e che come tale andrebbe trattato. Porre limiti temporali e territoriali al consumo di alcol in strada è una via che si è già percorsa con altri fenomeni sociali, e che assomiglia tanto alle ztl contro la prostituzione o alle retate contro i tossicodipendenti. Abbiamo la sensazione, ma possiamo sbagliarci, che servirà soltanto a spostare il fenomeno, in luoghi e giorni diversi. E così fra un mese ci ritroveremo a dover discutere un’ordinanza su Piazza Ariostea, o sul martedì o il giovedì.

    Il vuoto che c’è fra il primo bicchiere di vino annacquato bevuto a tavola con i genitori, e la consapevolezza del bere responsabile, è stato da sempre riempito da tutte le generazioni da un intervallo fatto di bevute smodate, ubriacature e corse in bagno (quando disponibile). Oggi, assistiamo probabilmente all’allungamento di quell’intervallo e soprattutto ad un’incapacità della società nel suo complesso a indirizzare il consumo dei più giovani verso il controllo della sostanza alcol (e non solo di quella). Le scritte a caratteri microscopici nelle pubblicità servono a poco, ancora meno servono i proclami da “lega della temperanza” dei probizionisti di turno: la cultura del bere alcolici, che è una cultura millenaria nel nostro paese e fondamentale per limitare gli eccessi, da sempre è stata tramandata da una generazione all’altra.

    Oggi ci dobbiamo chiedere perchè questo non avviene, o avviene in ritardo, o viene sostituita da modelli di consumo tipicamente nordeuropei, non reprimere fenomeni che quantomeno trattano il bere come momento di socialità. Sennò, forzando un poco il ragionamento, spingiamo i consumatori a rinchiudersi in casa ed implicitamente preferiamo l’ubriacone solitario: quello che non molesta nessuno, ma che probabilmente finirà i suoi giorni sotto un ponte.

    Una delle prime cose da fare è responsabilizzare le persone rispetto al luogo in cui si trovano. Che non significa solo dotare la piazza di qualche cestino in più, anzi. Una delle proposte che ci ostiniamo a fare è quella di introdurre l’obbligo del vuoto a rendere per bicchieri e bottiglie di vetro: non solo per evitare lo spreco di bicchieri di plastica che ogni settimana invadono il selciato del Duomo, ma soprattutto per educare le persone alla responsabilità rispetto ai loro comportamenti. Sia nei confronti del luogo che vivono, sia nei confronti del mondo che ci ospita. Puo’ sembrare poco, ma perchè non cominciare?

    Se c’è un deficit di conoscenza del consumo controllato e responsabile, l’unico modo è intraprendere la strada dell’educazione. Potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è. Perchè non organizzare, a cura degli esercenti del centro storico, una serie di degustazioni di vini e birre locali e internazionali, proprio per incentivare l’opposto di quello che oggi vogliamo solo reprimente, ovvero un consumo slow, consapevole dei rischi e dei benefici della sostanza e dei limiti del proprio corpo?

    Leonardo Fiorentini, consigliere ecologista Circoscrizione 1

    Elisa Corridoni, Partito della Rifondazione Comunista Ferrara

  • I 254 morti da Legge “Reale” e l’On. Di Pietro

    Un rinfrescatina alla memoria è utile quando è in corso la corsa a chi la spara più grossa.

    Se poi in questa folle corsa quello che vince è colui che il venerdì evoca la “violenza sociale” ed il lunedì invoca le leggi speciali, beh è forse il caso di chiarirci un po’ meglio fra noi cosa vuole ripristinare l’On. Di Pietro.

    Così sono andato a ricercarmi un qualche testo che ricostruisse gli effetti della legge reale. Ed ho trovato questo:

    La legge Reale (n. 152 del 22/5/1975) amplia i casi in cui sia da ritenersi legittimo l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Negli altri casi, quelli in cui sia palese e innegabile l’abuso, per gli agenti viene introdotto un regime processuale di favore, che in pratica garantisce loro l’impunità: le indagini non verranno condotte dal giudice competente, bensì dal procuratore generale presso la corte d’appello, che deciderà se procedere personalmente o affidare il processo alla Procura della Repubblica.
    Tutto ciò è in contrasto con diversi articoli della Costituzione, in particolare l’art.3 (eguaglianza e pari dignità di tutti i cittadini davanti alla legge), l’art.25 (nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge) e l’art.28 (diretta responsabilità penale e civile dei funzionari e dipendenti statali che agiscano in violazione di diritti).
    Detta come va detta, d’ora in avanti polizia, carabinieri e affini potranno sparare a chi vorranno quando vorranno. E’ la pena di morte de facto. Nei primi 15 anni di applicazione della legge, si conteranno 625 vittime delle forze dell’ordine (254 morti e 371 feriti). Di queste, ben 208 non stavano commettendo né erano in procinto di commettere reati. Un contesto tipico (ricorre in 153 casi) è il posto di blocco o l’intimazione di alt. In 65 casi (pari a circa il 10% del totale) le forze dell’ordine sono ricorse alla giustificazione del “colpo partito accidentalmente”. Traiamo queste informazioni da 685,un “libro bianco sulla legge Reale” compilato e pubblicato nel 1990 dal Centro di Iniziativa Luca Rossi di Milano. Il libro contiene un impressionante computo/catalogazione dei “morti da legge Reale” nel periodo 1975-90.

    “Caso n.206, 07-01-81, Roma: Laura Rendina, 28 anni… La ragazza si era fermata in auto con altri parenti vicino all’abitazione della famiglia Moro e di altri politici, quando sente battere ai finestrini e si trova puntata una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta da colpi sparati all’impazzata. Forze dell’ordine: Digos. Fonte: Paese Sera.”
    “Caso n.208, 12-01-81, Firenze: Roberto Panicali Frosali, 32 anni… Stava ritornando in banca dopo l’intervallo a bordo del suo motoscooter, quando viene ucciso da una raffica di mitra sparata da un agente di sorveglianza, che dichiara che il colpo è partito accidentalmente, poiché il mitra si era impigliato nel giaccone. Forze dell’ordine: vigilantes. Fonte: La Nazione.”
    “Caso n.233, 26-07-81, S. Benedetto del Tronto (AP): Ennio Illuminati, 35 anni… Viene ucciso da tre colpi di pistola sparati da un agente della Digos. In compagnia della sua fidanzata, non si era fermato al posto di blocco istituito da agenti in borghese e, temendo di essere vittima di maleintenzionati, aveva cercato di fuggire. Forze dell’ordine: Digos. Fonte: Radicali.”
    “Caso n.338, 06-02-84, Torino: Renato Cavallaro, 44 anni… Durante l’inseguimento di un ricercato, un poliziotto in borghese a bordo di un’auto civile si ferma ad un semaforo rosso, scende e, in posizione di tiro, spara alcuni colpi. Un operaio, che si trova all’uscita di una cabina telefonica, viene ucciso. Forze dell’ordine: polizia in borghese. Fonte: La Stampa”.
    “Caso n.622, 27-06-89, Nave (BS): Claudio Ghidini, 19 anni… Un’auto con tre giovani a bordo viene fermata dai carabinieri per un controllo. Un milite intima a Ghedini di salire sulla sua auto: il giovane si rifiuta per aspettare gli amici, ma viene preso a schiaffi e poi ucciso da un colpo di pistola alla testa. Forze dell’ordine: carabinieri. Fonte: Il Giorno. “

    Ma la legge Reale non tratta solo di pallottole e sparatorie, c’è dell’altro:
    – l’art.4 rende possibile la perquisizione personale sul posto anche senza l’autorizzazione di un magistrato, in contrasto con l’art.13 della Costituzione. Il passaggio clou dell’articolo autorizza la polizia a perquisire “persone il cui atteggiamento o la cui presenza, in relazione a specifiche e concrete circostanze di luogo o di tempo, non appaiono giustificabili” (corsivo nostro). Inoltre, l’art.4 estende la definizione di “armi improprie”, prescrivendo l’arresto in flagranza di chiunque porti con sé “qualsiasi altro strumento, non considerato espressamente come arma da punta e da taglio, ma chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona”.
    – l’art.5 vieta di partecipare a manifestazioni portando “caschi protettivi” o “con il volto in tutto o in parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”. Questo reato viene punito con l’arresto da uno a sei mesi e con un’ammenda penale. In seguito, la legge n.533 dell’8/8/1977 aumenterà le pene (minimo sei mesi), introdurrà l’arresto facoltativo in flagranza di reato e addirittura estenderà il divieto di coprirsi il volto anche al di fuori delle manifestazioni, trasformando il “travisamento” in un reato di sospetto nel quale potrà incorrere chiunque, in qualunque occasione pubblica, risulti “difficilmente riconoscibile”. Volendo stare alla lettera, dovremmo abolire anche il carnevale.
    – infine, l’art.18 ripristina l’istituto fascista del “confino” per ragioni politiche. Tale disposizione può essere applicata a coloro che

    operino in gruppi o isolatamente, pongano in essere atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato… abbiano fatto parte di associazioni politiche disciolte [per legge] e nei confronti dei quali debba ritenersi, per il comportamento successivo, che continuino a svolgere una attività analoga a quella precedente… compiano atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti alla ricostituzione del partito fascista…

    La legge Reale serve pure a contenere l’insubordinazione e le lotte in seno alla Polizia. Rendendo le forze dell’ordine ancora più odiose (per farlo basta dare piena impunità ai cripto-fascisti dal grilletto facile) e rappresentandole come un blocco unico, si invalida preventivamente l’inevitabile riforma e sindacalizzazione della polizia, e si impediscono bizzarre – ma non improbabili – “fraternizzazioni” con lavoratori e studenti in lotta. Lo affermano anche certi “addetti ai lavori”:

    Con il progetto di legge Reale, infine, si cerca di dimostrare che la difesa del poliziotto è la pistola e non il sindacato. In una recentissima intervista al “”Corriere della sera”” lo stesso Reale ha più volte sottolineato questa importante funzione del suo progetto, in quanto contenente provvedimenti tutti volti a “migliorare lo stato d’animo delle forze di polizia e a combattere i fenomeni di rassegnazione o di disinteresse che nascono da un lavoro svolto in condizioni estremamente difficili”. È dunque con la concessione della licenza di uccidere ai poliziotti e con il garantire nella pratica la loro impunità (perché questo in realtà significa l’affidare ai procuratori generali l’azione penale nei confronti degli agenti), che la Dc spera di riprendere il proprio controllo sul corpo di Ps. (Avvocati Elio Cherubini e Nerio Diodà, “La questione del sindacato di pubblica sicurezza”, in: AA.VV., Ordine pubblico e criminalità, Mazzotta, Milano 1975, p. 172)

  • Proibizionismo e nucleare

    In conferenza stampa con Giovanardi il direttore generale dell’UNODC Fedotov difende l’impostazione proibizionista dell’ONU sulle droghe dal recente rapporto della Global Commission on Drugs che ha chiesto il superamento della War on Drugs:

    “non si può dire se la campagna dell’Onu sia stata fallimentare, anche se certamente non è stata ancora trovata una soluzione definitiva*“.

    Insomma, un po’ come con le scorie nucleari…

    * la convenzione ONU sulle droghe è del 1961, compie giusto cinquant’anni…

  • Genova chiama… dieci anni dopo!

    Segnalo questa iniziativa al Centro Sociale di Via Resistenza a Ferrara:

    GENOVA CHIAMA…DIECI ANNI DOPO!

    ore 18.30 aperitivo resistente

    ore 20.00 incontro con Giuliano Giuliani e
    proiezione del filmato “La Trappola”

    ore 22.00 Alessio Lega in concerto

    Durante il G8 di Genova, incontro degli 8 paesi più industrializzati, si formò un grande movimento di donne e di uomini che si opponevano ad una gestione esclusivamente legata al profitto delle multinazionali proponendo una visione che mettesse al centro della discussione i bisogni primari e le esigenze dell’umanità. Come denunciato da Amnesty International in quel giorno ci fu in Italia la più grande sospensione dei diritti civili e del libero pensiero. Centinaia furono le violenze di piazza praticate dalle “forze dell’ordine” nei confronti di manifestanti inermi, che ebbero il culmine nell’assassinio di Carlo Giuliani; ad esse vanno aggiunti i soprusi del carcere di Bolzaneto e le menzogne che portarono alla “macelleria messicana” della scuola Diaz.
    Se in Italia ci fosse il reato di tortura a Genova sarebbe stato applicato.
    A dieci anni di distanza tanti sono ancora i buchi neri attorno al G8 genovese: l’archiviazione del processo per l’omicidio di Carlo; la condanna di 25 manifestanti a pene dai 10 ai 16 anni per devastazione e saccheggio e la contemporanea quasi totale impunità delle forze dell’ordine per i pestaggi in piazza; la chiara volontà politica di evitare la ricostruzione della catena di comando che guidò ed organizzò la repressione.
    Quest’anno Genova tornerà a riempirsi delle persone e dei contenuti che la animarono dieci anni fa: mostre, film, incontri, dibattiti, concerti saranno l’occasione per tornare a riflettere su tutte queste tematiche, attualizzandone i contenuti e le prospettive.
    Per tutto questo anche quest’anno noi torneremo a Genova…

    …tante sono le cose che segnano una vita,
    e tante vite sognano qualcosa che verrà…

    Il ricavato della serata verrà devoluto al Comitato Piazza Carlo Giuliani
    in vista delle iniziative legate al decennale

  • La famiglia Cucchi, una come tante

    La famiglia Cucchi, una come tante

    La sorella del ragazzo morto nell’ottobre 2009 ha presentato in città “Vorrei dirti che non eri solo”

    Venerdì sera presso la Sala della musica dell’ex convento di San Paolo, Ilaria Cucchi ha presentato il libro scritto con Giovanni Bianconi  “Vorrei dirti che non eri solo”. Ad aprire la presentazione è stato il vicesindaco Massimo Maisto con un breve saluto ai presenti.

    A un anno dalla scomparsa di Stefano Cucchi, la sorella Ilaria racconta la storia di una famiglia italiana come tante, con le debolezze e i difficili rapporti con un ragazzo che a periodi entra ed esce dal tunnel della droga.
    Un libro toccante che non nasconde nulla, ricco di unicità, ma che richiama un tema purtroppo comune a molte famiglie, come ha sottolineato Franco Corleone, presidente della Società della Ragione Onlus e Garante per i diritti dei detenuti.

    La presentazione di Ilaria Cucchi, breve e spontanea, ha  messo in luce una totale consapevolezza della “difficile situazione” del fratello che era “alla continua ricerca della propria libertà”; e il titolo stesso del libro “è la dimostrazione di come la sua famiglia provi tutt’oggi un senso di colpa per quei sei giorni in cui Stefano restò in carcere, abbandonato”.

    Durante il suo intervento Corleone ha richiamato inoltre l’attenzione al problema del “pregiudizio verso la tossicodipendenza, come causa scatenante di queste tragedie, in cui spesso i ragazzi coinvolti, da vittime diventano colpevoli della propria morte, perché considerati cittadini non a pieno titolo in quanto tossicodipendenti”.

    Questo tema è emerso anche nell’intervento di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, ormai diventata supporto morale da cui Ilaria trae forza e tenacia per arrivare alla verità. Due donne che vogliono semplicemente capire la verità, non per vendetta ma per denunciare le loro storie, decidendo anche di pubblicare foto forti e scioccanti,  per svegliare le coscienze e fare in modo che non accada nuovamente.

    Alla presentazione è intervenuto anche l’avvocato ferrarese Fabio Anselmo, che dopo aver difeso la famiglia Aldrovandi è stato scelto quale legale anche dalla famiglia Cucchi. Secondo Anselmo il sistema giudiziario che governa questi casi è “minato da un problema culturale presente nelle istituzioni, che troppo spesso davanti a queste situazioni si “chiudono a riccio” cercando di salvaguardare l’immagine a difesa di chi viene processato, spesso interferendo nel processo e creando un disagio psicologico alle famiglie delle vittime”.

  • Elenco delle offese ricevute per il solo fatto che Federico è morto per mano di quattro poliziotti

    Gli elenchi che Patrizia Moretti avrebbe letto a Vieni via con me:

    ELENCO DELLE OFFESE RICEVUTE PER IL SOLO FATTO CHE FEDERICO E’ MORTO PER MANO DI QUATTRO POLIZIOTTI

    – 54 lesioni. Ciascuna di queste avrebbe dato luogo ad un processo (Giudice F.M.Caruso)
    – 3  invocazioni di aiuto rivolte da Federico agli stessi poliziotti, prima dei rantoli mortali.
    – “Federico è morto perchè drogato” : dichiarazione dell’allora questore Elio Graziano
    – la pm che non si è degnata di andare sul posto e noi siamo stati avvisati solo dopo 5 ore
    – il fatto che a me e mio marito è stato impedito con la menzogna di vedere il corpo di mio figlio abbandonato sul selciato a poca distanza da casa
    – le parole “io so sempre dov’è mio figlio” pronunciate dalla prima pm per farci sentire in colpa dopo che il blog aveva scatenato la polemica e l’urgenza di chiarezza
    – “calunniatori”, “sciacalli” sono le offese e le umiliazioni dichiarate da alcuni sindacati di polizia ai media su di noi e chi ci aiutava
    – il rifiuto di riceverci da parte del vescovo di Ferrara
    – l’indagine per calunnia subita dagli avvocati Fabio e Riccardo che si ribellavano alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vertici di Procura e Questura
    – le offese rivolte alla memoria di Federico dai difensori degli imputati durante il processo nell’impossibilità per lui di difendersi
    – le offese rivolte alla memoria di Federico definito “povero disgraziato” dal procuratore Minna intervenuto nel processo bis a difesa della dott.ssa Guerra
    – la querela della dott.ssa Guerra nei miei confronti, nonostante lei non sia andata sul posto, non abbia sequestrato i manganelli, le auto, non abbia raccolto testimonianze se non quella spontanea di Anne Marie Tsegueu e non abbia indagato i poliziotti che 6 mesi dopo, poco prima di lasciare il caso. Non ha avuto conseguenze disciplinari eppure ha querelato me e Lanuovaferrara che ha riportato la notizia della condanna in primo grado di suo figlio per spaccio di droga

    ELENCO DEGLI ANGELI INCONTRATI DOPO CHE MIO FIGLIO E’ MORTO PER MANO DI QUATTRO POLIZIOTTI

    è un elenco qui molto parziale perchè la realtà include una moltitudine di persone che ci hanno sostenuto manifestando il loro senso civico, l’esigenza umana e sociale di trasparenza e di giustizia.

    – Fabio Anselmo, avvocato. A lui si sono affiancati Venturi, Gamberini e DelMercato. E’ diventato la voce di Federico in Tribunale e fuori dalle aule. E non solo per Federico, anche per Stefano Cucchi, e Giuseppe Uva, e diversi altri. Assume un ruolo politico perchè non ha paura di schierarsi contro chi commette abusi di potere. Riceve minacce, richiami e querele.

    – il popolo del blog costantemente presente

    – il cardinal Ersilio Tonini, Arcivescovo di Ravenna. Insieme a don Domenico Bedin ci ha trasmesso il calore della fede e il calore umano della condivisione e della solidarietà

    – Anne Marie Tesgueu, la cittadina di via Ippodromo. Ha dato a tutti una lezione di civiltà.
    – Nicola Proto, il magistrato che ha avuto il coraggio di fare il suo dovere senza condizionamenti e lavorando in un clima difficilissimo perchè fosse fatta giustizia
    – Gaetano Sateriale, sindaco di Ferrara, che si è ribellato all’ipocrisia delle versioni ufficiali in una città che aveva paura di conoscere la verità, rompendo il nostro isolamento
    – Dean Buletti, Checchino Antonini, Cinzia Gubbini e tutta la stampa che ha impedito che venisse calato un velo sulle circostanze della morte di mio figlio, e Filippo Vendemmiati che ha salvato la memoria di ciò che è successo con il suo prezioso film “E’ stato morto un ragazzo”
    – Francesca Boari, che ha messo nel libro “Aldro” i sentimenti miei e di Federico togliendoli dall’oblio della morte
    – gli amici di Federico, a cui voglio un gran bene, e che per me sono ciascuno una parte di lui.

  • La crisi, o la speranza

    Ho aderito all’appello qui sotto perchè sono davvero convinto che Genova nel 2001 sia stato un momento di svolta per la vita di molti, e soprattutto sia stata una frattura insanabile nei rapporti fra la mia generazione e lo “Stato”. Ma non solo. Il sangue di Genova, e tutto quello che ne è seguito, ha permesso di incrinare, distruggere in molti casi, un movimento che era riuscito a catalizzare l’impegno, le idee e le passioni di una ampissima parte della società, inimmaginabile solo 5 anni prima. Dai Centri Sociali antagonisti, alla FIOM, alla Rete Lilliput, agli scout, si era riusciti a trovare un linguaggio comune (con tutti i distinguo del caso) ma soprattutto obiettivi e modalità condivise: era un movimento nonviolento per un mondo diverso e possibile.
    Sino al sangue di Genova.

    LA CRISI O LA SPERANZA

    Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
    Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
    Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
    Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
    La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
    Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti.
    Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
    E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
    Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
    Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
    Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
    Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.

    LORO LA CRISI. NOI LA SPERANZA.

    Invitiamo pertanto tutte/i coloro che sono interessate/i a condividere questo percorso ad un primo incontro che si terrà il 9 ottobre prossimo a Genova alle ore 15 presso il Circolo Autorità Portuale e Società del Porto di Genova in via Albertazzi 3r (zona Terminal Traghetti/Caserma Vigili del Fuoco).

    7 settembre 2010

    Per aderire potete inviare una mail all’indirizzo versogenovaluglio2011@gmail.com

    Primi firmatari
    Vittorio Agnoletto, Andrea Bagni, Monica Baracchini, Enrica Bartesaghi, Ugo Beiso, Norma Bertullacelli, Graziella Bevilacqua, Angela Brancati, Antonio Bruno, Laura Brusasco, Anna Bucca, Giacomo Casarino, Giovanna Caviglione, Angelo Chiaramonte, Paola Cirio, Giuseppe Coscione, Riccardo Cosmelli, Matteo Cresti, Massimo Dalla Giovanna, Maria De Barbieri, Lucia Deleo, Andrea De Lotto, Giuseppe De Marzo, Manlio Di Lorenzo, Miriam Formisano, Graziella Gaggero, Haidi Gaggio Giuliani, Maurizio Galeazzo, don Andrea Gallo, Angelo Gandolfi, Davide Ghiglione, Roberto Giannini, Giuliano Giuliani, Giuseppe Gonella, Santo Grammatico, Angelo Guarnieri, Carlo Gubitosa, Simohamed Kaabour, Fernanda La Camera, Mirella La Magna, Rita Lavaggi, Marcella Lelli, Philippe Lemoussu, Elena Lozzi, Aurelio Macciò, Edoardo Magnone, Roberto Mapelli, Annalisa Marinelli, Emanuela Massa, Walter Massa, Aleksandra Matikj, Roberta Mongiardini, Gianni Morando, Mariangela Mozzone, Giorgio Pagano, Bice Parodi, Paolo Palazzo, Martina Pignataro, Gianluca Reali, Cristiana Ricci, Stefania Ricci, Giorgio Riolo, Caterina Roseo, Dario Rossi, Gianni Russotto, Raffaele K. Salinari, Sonia Sander, Stefano Scagni, Rosanna Sirtori, Gabriele Taddeo, Sergio Tedeschi, Gianluca Trovati, Roberta Trucco, Nicola Vallinoto, Loris Viari, Matteo Viviano, Alberto Zoratti, Franco Zunino

  • Aldro, 5 anni dopo

    ALDRO, 5 ANNI DOPO
    SABATO 25 SETTEMBRE 2010
    presso la SALA BOLDINI, Via Previati 18, Ferrara

    Programma della giornata:

    Ore 10: “Non hanno ucciso il futuro”
    Tavola rotonda con i famigliari di alcune vittime delle Forze dell’Ordine.
    Con la partecipazione di Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, Haidi Giuliani, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, i figli di Aldo Bianzino ed altre testimonianze in via di definizione.
    Coordina: Checchino Antonini, giornalista di “Liberazione”.

    Ore 15.30: “Arte e comunicazione per Federico”
    Con la partecipazione di scrittori, attori, musicisti, disegnatori, registi, blogger che hanno dedicato opere a Federico Aldrovandi.
    Coordina: Dean Bulletti, giornalista di Rai 3.

    Ore 20.30: “E’ stato morto un ragazzo”
    Proiezione del docu-film di Filippo Vendemmiati, che sarà presente in sala.

    Ore 22.15: Ritrovo in Piazza Trento e Trieste e Fiaccolata per Federico con arrivo in via Ippodromo.

    Presso le Grotte del Boldini sarà allestita per tutta la giornata la mostra “Aldro, 5 anni dopo“.

    Con il Patrocinio di Comune e Provincia di Ferrara.

    (via fioreblog)

  • Aldro, 5 anni dopo

    ALDRO, 5 ANNI DOPO
    SABATO 25 SETTEMBRE 2010
    presso la SALA BOLDINI, Via Previati 18, Ferrara

    Programma della giornata:

    Ore 10: “Non hanno ucciso il futuro”
    Tavola rotonda con i famigliari di alcune vittime delle Forze dell’Ordine.
    Con la partecipazione di Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, Haidi Giuliani, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, i figli di Aldo Bianzino ed altre testimonianze in via di definizione.
    Coordina: Checchino Antonini, giornalista di “Liberazione”.

    Ore 15.30: “Arte e comunicazione per Federico”
    Con la partecipazione di scrittori, attori, musicisti, disegnatori, registi, blogger che hanno dedicato opere a Federico Aldrovandi.
    Coordina: Dean Bulletti, giornalista di Rai 3.

    Ore 20.30: “E’ stato morto un ragazzo”
    Proiezione del docu-film di Filippo Vendemmiati, che sarà presente in sala.

    Ore 22.15: Ritrovo in Piazza Trento e Trieste e Fiaccolata per Federico con arrivo in via Ippodromo.

    Presso le Grotte del Boldini sarà allestita per tutta la giornata la mostra “Aldro, 5 anni dopo“.

  • E’ stato morto un ragazzo

    E’ questo il titolo del video curato dal giornalista ferrarese Filippo Vendemmiati che sarà presentato alla settima edizione delle ’Giornate degli autori – Venice Days’, nell’ambito della 67esima Mostra del cinema di Venezia.

    Ecco il trailer:

    Trailer del film-documentario “È stato morto un ragazzo. Federico Aldrovandi che una notte incontrò la polizia”.
    Il video è allegato all’omonimo libro che ripercorre le vicende umane e giudiziarie legate alla morte di Federico Aldrovandi, avvenuta a Ferrara alle sei di mattina del 25 settembre 2005 durante un controllo di polizia. Da quella vicenda scaturì un’inchiesta giudiziaria, inizialmente destinata all’archiviazione, e un processo, che in primo grado il 6 luglio del 2009 si è concluso con la condanna a 3 anni e sei mesi di quattro agenti.
    La storia viene ricostruita attraverso testimonianze ufficiali e il racconto si sviluppa sotto la diretta consulenza degli avvocati di parte civile e dei familiari del ragazzo, che approvano e collaborano al progetto: la prima parte è dedicata ai fatti e ai misteri, la seconda al processo e a suoi numerosi colpi di scena, mentre il finale, partendo dagli interrogativi rimasti insoluti, tenterà una spiegazione verosimile degli avvenimenti.
    Il titolo scelto, È stato morto un ragazzo, fa riferimento alla vicenda di Gabriele Sandri, tifoso della Lazio ucciso in un autogrill da un proiettile vagante, partito dalla pistola di un poliziotto. La frase, tanto sgrammaticata quanto efficace, fu pronunciata da un collega del poliziotto, e rappresenta bene anche le ambiguità della tragedia di Federico, in bilico tra omicidio e casualità.

    Dal blog dedicato a Federico Aldrovandi.

  • Basta repressione, basta terrorismo. Lo Stato legalizzi la canapa.

    Comunicato stampa
    Basta repressione, basta terrorismo. Lo Stato legalizzi la canapa.

    E’ di questi giorni la notizia dell’arresto di numerose persone a seguito di un’indagine della Procura di Ferrara sulla vendita on line di materiale per la coltivazione della canapa. Con grande risalto sulla stampa è apparso il monito di magistratura e forze dell’ordine per mettere in guardia i consumatori al fine di evitare condotte rischiose come l’autocoltivazione della marijuana.

    Perchè è vero che in questo paese chi coltiva canapa rischia da 6 a 20 anni di galera. Figuratevi che chi stupra rischia solo da 5 a 10 anni, mentre la conscussione è punita con reclusione da quattro a dodici anni. Forse non è quindi un caso che metà dei detenuti italiani è in carcere per violazione delle leggi sulle droghe. E’ evidente che è la legge a non avere senso, una legge voluta dalla coppia Fini-Giovanardi per reprimere e terrorizzare i consumatori, in particolare di canapa e suoi derivati.

    Non esiste nella letteratura scientifica internazionale un solo caso di decesso dovuto alla marijuana, mentre altre sostanze, come l’alcol ed il tabacco – che provocano centomila morti l’anno solo in Italia – sono legali e finanziano le casse dello stato. Uno studio stima in circa 10 miliardi di euro il costo diretto della guerra alla droga italiota, fra spese legate alla repressione e mancati introiti fiscali. Senza contare l’indotto che gira intorno al mercato delle droghe e che potrebbe emergere con la legalizzazione.

    Pensate, ci risparmieremmo quasi mezza finanziaria di Tremonti. Questi introiti invece vanno tutti alle mafie che, come al solito, ringraziano la miope politica proibizionista. Perchè, è ora di dirlo, l’unica “colpa” di chi autocoltiva la propria piantina di canapa è quella di non voler finanziare con i propri soldi le mafie che controllano il mercato della droga illegale.

    La guerra alla droga deve finire, la canapa deve essere legalizzata. Anche perchè i dati dimostrano come nei paesi che hanno avviato politiche di tolleranza i consumi di sostanze siano molto inferiori a quelli dei paese proibizionisti. In Olanda, il paese dei Coffeeshop tanto per intenderci, vi sono solo il 4,6% di consumatori di canapa, contro il 14,6% dell’Italia (dati del rapporto 2010 dell UNODC l’agenzia ONU contro Il traffico di Droga ed il Crimine). Un terzo.

    Ci auguriamo che la Magistratura ferrarese prenda esempio dal Tribunale di Milano, che recentemente ha dichiarato la coltivazione domestica come condotta non perseguibile penalmente. Ce lo auguriamo per le persone coinvolte in questa storia di ordinaria repressione, a cui va la nostra solidarietà. Ma ce lo auguriamo anche per il buon senso, che purtroppo sembra merce sempre più rara e preziosa nel nostro paese.

    Federazione dei Verdi di Ferrara
    L’ufficio Stampa

  • Basta repressione, basta terrorismo. Lo Stato legalizzi la canapa.

    Comunicato stampa dei Verdi di Ferrara:

    E’ di questi giorni la notizia dell’arresto di numerose persone a seguito di un’indagine della Procura di Ferrara sulla vendita on line di materiale per la coltivazione della canapa. Con grande risalto sulla stampa è apparso il monito di magistratura e forze dell’ordine per mettere in guardia i consumatori al fine di evitare condotte rischiose come l’autocoltivazione della marijuana.

    Perchè è vero che in questo paese chi coltiva canapa rischia da 6 a 20 anni di galera. Figuratevi che chi stupra rischia solo da 5 a 10 anni, mentre la conscussione è punita con reclusione da quattro a dodici anni. Forse non è quindi un caso che metà dei detenuti italiani è in carcere per violazione delle leggi sulle droghe. E’ evidente che è la legge a non avere senso, una legge voluta dalla coppia Fini-Giovanardi per reprimere e terrorizzare i consumatori, in particolare di canapa e suoi derivati.

    Non esiste nella letteratura scientifica internazionale un solo caso di decesso dovuto alla marijuana, mentre altre sostanze, come l’alcol ed il tabacco – che provocano centomila morti l’anno solo in Italia – sono legali e finanziano le casse dello stato. Uno studio stima in circa 10 miliardi di euro il costo diretto della guerra alla droga italiota, fra spese legate alla repressione e mancati introiti fiscali. Senza contare l’indotto che gira intorno al mercato delle droghe e che potrebbe emergere con la legalizzazione.

    Pensate, ci risparmieremmo quasi mezza finanziaria di Tremonti. Questi introiti invece vanno tutti alle mafie che, come al solito, ringraziano la miope politica proibizionista. Perchè, è ora di dirlo, l’unica “colpa” di chi autocoltiva la propria piantina di canapa è quella di non voler finanziare con i propri soldi le mafie che controllano il mercato della droga illegale.

    La guerra alla droga deve finire, la canapa deve essere legalizzata. Anche perchè i dati dimostrano come nei paesi che hanno avviato politiche di tolleranza i consumi di sostanze siano molto inferiori a quelli dei paese proibizionisti. In Olanda, il paese dei Coffeeshop tanto per intenderci, vi sono solo il 4,6% di consumatori di canapa, contro il 14,6% dell’Italia (dati del rapporto 2010 dell UNODC l’agenzia ONU contro Il traffico di Droga ed il Crimine). Un terzo.

    Ci auguriamo che la Magistratura ferrarese prenda esempio dal Tribunale di Milano, che recentemente ha dichiarato la coltivazione domestica come condotta non perseguibile penalmente. Ce lo auguriamo per le persone coinvolte in questa storia di ordinaria repressione, a cui va la nostra solidarietà. Ma ce lo auguriamo anche per il buon senso, che purtroppo sembra merce sempre più rara e preziosa nel nostro paese.

    Federazione dei Verdi di Ferrara
    L’ufficio Stampa

  • UNODC: sì ai trattamenti medici dei consumatori di sostanze, no alla repressione.

    Persino l’UNODC ha lanciato ieri a Vienna alla Conferenza sull’Aids il proprio volume sul trattamento medico delle dipendenze. Gilberto Gerra, Capo del settore Prevenzione e Salute dell’UNODC ha dichiarato: “dobbiamo smettere di stigmatizzare i consumatori. Bisogna fornire loro trattamenti medici di alta qualità, consulenza e seguirne il percorso di recupero, non incarcerarli”. Che ne penserà il nuovo Zar russo all’UNODC?

    L’UNODC ha lanciato ieri a Vienna il proprio volume sul trattamento medico delle dipendenze che trovate on line (formato pdf, in inglese) nella sezione rapporti e ricerche del Mappamondo di Fuoriluogo.it. Durante la presentazione, Gilberto Gerra, Capo del settore Prevenzione e Salute dell’UNODC ha dichiarato: “dobbiamo smettere di stigmatizzare i consumatori. Bisogna fornire loro trattamenti medici di alta qualità, consulenza e seguirne il percorso di recupero, non incarcerarli”.

    Il volume è intitolato “From coercion to cohesion: Treating drug dependence through health care, not punishment” e mette in luce come la repressione e la detenzione dei consumatori nel mondo sia increscita e come spesso porti alla violazione dei diritti umani, in contraddizione con le modalità di approccio ai consumatori di sostanze raccomandati a livello internazionale.

    Anche per questo la prevalenza di sieropositivi fra i detenuti è molto superiore a quella della popolazione generale, sia per l’assenza di programmi di prevenzione e cura, che per le pratiche di iniezione non sicure.

    Nella conferenza di lancio del documento i partecipanti hanno analizzato il ruolo dei settori della sicurezza e della salute pubblica nell’implementazione dei trattamenti per dipendenza da sostanze, sottolinenando come dovrebbero essere basati sulle evidenze scientifiche, rispettare i diritti umani dei consumatori e promuovere la prevenzione delle malattie, con ovvio riferimento all’HIV. Nel rapporto si è infine evidenziato come trattamente volontari e basti sulla costruzione di una comunità sono non solo più attraenti ed efficaci, ma farebbero anche risparmiare risorse economiche rispetto ad altri approci.

    Chissà cosa ne penserà Fedotov, il nuovo Zar russo all’UNODC

    Articolo per fuoriluogo.it.

  • Il DPA contro la Coca Cola?

    Il Dipartimento antidroga scomoda il “sistema di allerta precoce” per investigare su alcune bevande aromatizzate con foglie di coca. E accusa: “consideriamo eticamente non accettabile e legalmente ai margini pubblicizzare delle bevande legandole al nome di sostanze stupefacenti”. A rischio la Coca Cola?

    Tuttavia, al di là dei risultati che si andranno ad ottenere, consideriamo eticamente non accettabile e legalmente ai margini pubblicizzare delle bevande legandole al nome di sostanze stupefacenti, quale la cocaina che tutti i giorni procura danni alla salute, morte e invalidità soprattutto tra i giovani.

    Questa la dichiarazione del Dipartimento italiota antidroga, relativa al diffondersi dell’allarme su alcune bevande alcoliche aromatizzate con foglie di coca, prodotte e distribuite in Italia.

    Kdrink e Cocalime sono infatti da alcune settimane all’attenzione del DPA di Serpelloni: “attraverso il sistema di allerta precoce – spiega il Dipartimento – stiamo investigando sul reale contenuto della bevanda, con specifiche indagini tossicologiche volte a identificare l’esistenza di eventuali principi attivi vietati dalla legge italiana.”

    Sull’utilizzo della foglia di coca peraltro da tempo il Governo Boliviano ha lanciato una campagna per la revisione delle convenzioni ONU sugli stupefacenti e per lo sviluppo di uno sbocco legale ad una produzione tradizionale dei contadini andini.

    Evidentemente una volta partita la crociata antidroga è difficile non vederla sbracare sulla repressione semantica: a quando il decreto per il cambio di nome della più nota bevanda prodotta ad Atlanta?

    (articolo per il blog di fuoriluogo.it)